L'arte del tradurre

Maristella Petti intervista Vera Gheno

Le sue due lingue, in cui lavora e abita, sono l’italiano e l’ungherese. Può descriverci il suo rapporto con ognuna? Traduce da entrambe a doppio senso?
No, non mi permetterei mai di tradurre verso l’ungherese. È la mia lingua madre in senso stretto, la prima che ho sentito e parlato, ma sin dall’inizio la mia educazione è sempre stata in italiano, dai primi anni dell’asilo a Panzano in Chianti. Ho studiato, sognato, scritto sempre in italiano, che è, di conseguenza, la mia vera lingua madre. L’ungherese è la lingua delle estati con i nonni e i cugini, è la lingua che mi fa vibrare il cuore in maniera strana, ma non ne ho la padronanza attiva che ho dell’italiano. Quindi traduco esclusivamente dall’ungherese all’italiano.

La sua formazione avviene nell’area della sociolinguistica, una branca che studia i comportamenti linguistici delle persone. Cosa succede quando la traduzione incontra e si confronta con aspetti di sociolinguistica? Si è mai trovata di fronte a un problema scaturito da questo incontro?
Mah, non direi. Casomai, essere una sociolinguista mi ha resa più attenta a cogliere – e cercare di rendere – le differenze di tono, di stili, di dialetti che magari incontro nell’originale. Mi è capitato di tradurre autori di madrelingua magiara, ma di “oltreconfine” (in sostanza, originari di quei pezzi di Ungheria che sono finiti ad altri paesi con il trattato del Trianon), e si è posto il problema della resa di questo ungherese difforme da quello standard, tanto per dirne una. Direi che le due competenze si sono sempre aiutate a vicenda, non il contrario. L’ultimo libro che ho avuto la fortuna di tradurre è una raccolta di poesie di Agota Kristof, Chiodi (cfr. http://www.edizionicasagrande.com/libri_dett.php?id=2694), che ha una storia incredibile: la Kristof perse questi componimenti fuggendo dall’Ungheria nel ’56 e ha riscritto i componimenti da anziana in ungherese, anche se la maggior parte delle sue opere le ha scritte in francese. Quindi la lingua di queste poesie è come se fosse, a tratti, un po’ titubante, come se la scrittrice non fosse più completamente adusa a impiegare il magiaro attivamente tutti i giorni.

A proposito di variazione intralinguistica… com’è finita la storia della traduzione del magiaro “oltreconfine”? Come l’ha reso in italiano?
Eh… è finita che dopo lunghe ricerche via Google in oscuri repertori lessicografici ormai dimenticati sono riuscita a tradurre il testo, anche se non è stato possibile rendere lo stesso “sapore” di frontiera senza diventare un po’ troppo caricaturale. Ma in altri casi, come per esempio in una mia recente traduzione, Affresco di Magda Szabó (2017, Edizioni Anfora, Milano), ho cercato di rendere la variazione diastratica (uno dei protagonisti è un semicolto) usando dei moduli tipici dell’italiano parlato con qualche venatura substandard, che oggi nel parlato sono tolleratissimi, ma che scritti fanno ancora un po’ di impressione, sul genere di se lo sapevo non venivo.  Insomma, bisogna sempre inventarsi delle soluzioni!

Lei lavora nell’Accademia della Crusca, istituzione in vita dal Cinquecento che fa da guida per normalizzare il vivo e mutevole sistema della lingua, sebbene sia spesso confusa con il conservatorismo linguistico più assoluto. Dove si trova il confine tra l’errore e l’evoluzione della lingua?
Anche se una parte delle persone manifesta vera e propria avversione per l’idea che la lingua la facciano i parlanti, in sostanza succede proprio questo: una lingua viva viene modificata dagli usi dei suoi utenti, in base a quello che loro ritengono più utile. L’errore può diventare norma per questioni statistiche: se la maggioranza pronuncia, ad esempio, guàina invece di guaìna, ecco che alla fine la pronuncia corretta diventa guàina, anche se etimologicamente sarebbe più giusto dire guaìna (il termine, infatti, deriva dal latino vagina ‘fodero della spada’, che però dobbiamo immaginare pronunciato uaghìna). Il DOP, il Dizionario di Ortografia e Pronunzia – cfr. http://www.dizionario.rai.it/ -, una delle fonti più prescrittive che abbiamo, è un buon indicatore del confine tra errore ed evoluzione. Con qualche sorpresa, ho per esempio notato che qualche anno fa, sulla scheda dedicata al po’, il DOP è passato dalla dicitura “errato ‘pò’” a “meno bene ‘pò’”. Diciamo che uno dei compiti che svolgono gli accademici e i collaboratori della Crusca è proprio quello di spiegare i fenomeni che ci vengono segnalati e “mapparli” anche in base a questo parametro.

Tanto sta al passo coi tempi la Crusca che lei ne cura il profilo Twitter. Qual è la sua prospettiva sul futuro della comunicazione mediata dal computer? Questa contribuisce a velocizzare il deterioramento della lingua?
Tutto quello che scriviamo in rete è affascinante da osservare. È la prima volta che si può accedere a così tanto materiale scritto in modo informale, quindi partendo da questi usi possiamo anche cercare di capire meglio quali siano i punti critici dell’italiano. In realtà non penso assolutamente che la rete, in particolare i social, contribuiscano a fare deteriorare la lingua, al contrario. È che oggi scrivono, o meglio, digitano, moltissime persone che prima dei social avevano posato la penna quasi definitivamente. Penso semplicemente che certe debolezze strutturali dell’italiano, anzi, degli italiani, siano adesso molto più visibili di una volta. Ma gli unici colpevoli di un’eventuale decadenza della nostra lingua siamo proprio noi, i suoi parlanti. Dobbiamo tornare a sentire tutti maggiore responsabilità nei confronti della nostra lingua madre, che si merita sicuramente più attenzione.

Cosa consiglia agli utenti del web contro il logorio degli algoritmi moderni?
Usare la propria testa. Come ripeto sempre, siamo gli unici animali che hanno il dono della parola: perché rinunciarvi, o usarlo in maniera sciatta, scomposta, rinunciando a quella che Calvino chiama la scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze? Io dico: riprendiamoci il potere della parola scelta bene. Le parole sono potenti, possono essere fiori o pallottole, e in rete “valgono” il doppio, perché non sono accompagnate dalla nostra corporeità, dai gesti, dalle espressioni del viso. In sostanza, in rete siamo ciò che digitiamo. Vogliamo davvero sembrare dei buzzurri linguisticamente sprovveduti?

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