conversando con...

Marco Vitale intervista Maria Rosaria Valentini

Maria Rosaria Valentini è scrittrice e poeta. Si laurea in germanistica presso l’università “La Sapienza” di Roma. Fra le sue pubblicazioni: il racconto Quattro mele annurche e il romanzo breve Antonia (Gabriele Capelli Editore), Mimose a dicembre (Keller Editore), Magnifica (Sellerio) e Il tempo di Andrea (Sellerio). Magnifica ha vinto il premio umanistico “Onor d’Agobbio” Città di Gubbio nel 2016 e il Premio “Biblioteche di Roma” nel 2017. Nel 2018 il romanzo è stato pubblicato in Germania dalla casa editrice DuMont Verlag; di prossima uscita in Francia per la casa editrice Denoël.

Maria Rosaria, inizierei se sei d’accordo questa conversazione dalle tue coordinate biografiche. L’infanzia in un antico paese del Basso Lazio, gli studi di storia dell’arte e di germanistica all’Università di Roma, la Svizzera, Berna e Lugano dove ti trasferisci dopo la laurea con Wanda Perretta e dove vivi ormai da diversi anni e si è svolta, e si svolge, la tua attività di poetessa e di scrittrice. Ce ne vuoi parlare, anche in relazione ai riflessi di questi paesaggi così diversi sulla tua scrittura?

Rispondo con piacere a questa domanda perché sono molto legata ai luoghi che mi hanno sinora accolta, soprattutto ho un vincolo stretto con il villaggio dove sono nata. E come dice Pavese, un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Sono appunto nata in un piccolissimo centro della Val Comino che si chiama San Biagio Saracinisco e che quasi nessuno conosce. Ho frequentato lì le elementari e in seguito le medie ad Arpino: piccola cittadina invece ben nota per aver dato i natali a Cicerone. La mia infanzia si è nutrita di profumi e di sfumature suggeriti da una natura potente, selvatica a tratti. In quello spicchio di mondo mi sono per sempre innamorata di rami, radici, sassi, di dirupi e prati. E del silenzio, soprattutto. Ho poi continuato gli studi a Roma frequentando dapprima il liceo linguistico, poi la scuola per traduttori e infine l’università. Ritengo di essere stata davvero fortunata negli spostamenti poiché ho potuto vivere e fiutare lo spirito che anima comunità minute per poi confrontarle con Roma che trovo immensa, meravigliosa ovunque: nel profilo da cartolina come pure nella sua innegabile sciatteria. L’arrivo in Svizzera – francamente – è stato casuale. Dopo aver vinto una borsa di studio in storia dell’arte pensavo di poter andare in Germania, ma venni assegnata all’università di Berna. Oggi abito a Lugano. Sono “una travasata”. Forse proprio perché non vivo più in Italia (anche se il confine è a due passi) i paesaggi della mia infanzia e della mia giovinezza tornano con particolare spessore tra le mie pagine e al loro interno lievitano fino a suggerire anse, trafori, nuovi usci. 

 

Mi sembra che sia di Oscar Wilde il divertente aforisma secondo cui gli americani e gli inglesi avrebbero la barriera di una lingua in comune. Qualcosa del genere pensi si possa dire anche a proposito degli autori italiani e ticinesi? Al di là dello scherzo, proprio sotto il profilo linguistico, come leggi pur nelle sue non poche differenze una letteratura, e segnatamente una poesia come quella della Svizzera Italiana, che si stanno sempre più segnalando all’attenzione della critica e del pubblico?

La Svizzera Italiana conta numerosi autori e autrici di rilievo, fra tutti mi permetto di citare la splendida Anna Felder. Mi pare positivo poter parlare di una letteratura svizzera di lingua italiana in maniera distinta (ma non per questo distaccata) da quella italiana. La Svizzera ha storia, identità e lingue sue che vanno tutelate e raccontate. Credo che gli autori svizzeri si stiano muovendo con vivacità e competenza in questa direzione. Le differenze esistono – sempre, in ogni ambito – ed è su queste che dobbiamo imparare a costruire, oggi più che mai. Saranno le diversità a definire il nostro futuro, anche quello letterario.

 

Tornando a te, al tuo lavoro letterario che si compone finora di quattro romanzi, un libro di racconti, diverse raccolte di poesia tra cui alcune preziose edizioni d’arte –  e segnalerei almeno quella pubblicata con le splendide tavole di Giulia Napoleone presso il Bulino di Roma nel 2013 – vorrei chiederti come pensi si sia modificata la tua scrittura nel corso di questi anni, una volta abbracciato un contesto culturale e linguistico che è divenuto sempre più tuo e si discosta sensibilmente dal paesaggio delle tue radici. E cosa sopravvive di queste ultime nella tua produzione recente? Nel tuo ultimo romanzo non è difficile cogliere la presenza di più registri, confluenti in un alveo che ospita notevoli screziature lessicali – penso ad esempio al raffinatissimo lessico botanico –  a fianco di colloquialità e forme gergali, a segnare queste ultime una sprezzatura che dà ritmo e velocità alla narrazione.

La mia scrittura è diventata nel contempo sempre più concreta e sempre più astratta. Si costruisce per contrapposizioni. Da un lato tende a scarnificarsi e ad assottigliarsi, dall’altra reclama spazio e si dilata fiancheggiando talvolta approcci visionari. Dunque le parole diventano strumento di indagine per accostare parametri e contesti che a prima vista potrebbero risultare distanti o addirittura inconciliabili. La lingua italiana – nella sua generosità – mi concede movimenti ampi all’interno di aggettivazioni, metafore e descrizioni che disegnano il timbro delle mie narrazioni. Forse nella mia scrittura sono mutati gli argini, mentre il letto conserva le originarie ragioni del suo moto.

 

Nei tuoi romanzi le figure principali muovono di preferenza da una situazione di margine. Marginali per lingua, geografia – mi viene in mente la badante romena protagonista di Mimose a dicembre – criticità esistenziale. Nel tuo ultimo libro – Il tempo di Andrea – la marginalità, per così dire, si trasferisce nel corpo. Un corpo ancora giovane, quello di Andrea, improvvisamente e forse definitivamente ferito, offeso e tuttavia lucido, che da tale osservatorio ricalcola le misure e acquisisce consapevolezze altrimenti precluse. Il tema dell’accettazione è molto presente. E così quello del tempo, che matura un corso e una “tessitura” differente. Ti va di parlarcene?

Sono molto attratta dalle figure fragili, traballanti, rosicchiate dal dubbio. Da sempre vengo catturata da percorsi al margine. Le periferie mi abbagliano poiché da esse ci si muove alla ricerca di un centro. Molto più raramente accade il contrario: difficile che il centro si muova verso le periferie. Per questi motivi accolgo nel mio inchiostro esseri umani sradicati, costretti dalla sorte a identificare e stanare sé stessi, a inventare indizi e orme all’interno di geologie inattese, sorprendenti. Così per esempio ad Andrea, a Magnifica, ad Adriana e ad Antonia tocca cibarsi di nuove geografie confrontandosi con decurtazioni del corpo e amputazioni affettive. Percorsi labirintici ove ogni mossa è densa di senso se supportata dall’accettazione che tuttavia nulla ha da spartire con la rassegnazione. Il tempo per i miei personaggi – in particolare per Andrea – è sfilettato, sezionato, sfrangiato. Non di rado ci si scontra con un prima e un dopo e l’ipotesi di una rinascita s’incolla a dimensioni visionarie e oniriche.

 

Il tempo di Andrea si pone come seguito di Magnifica, a formare il dittico – per il momento – selleriano che segna la riconosciuta maturità della tua scrittura narrativa. Andrea è il figlio di Magnifica, la straordinaria figura eponima che torna, ma qui vorrei dire “marginalizzata”, nell’ultimo romanzo appena uscito. Si tratta però, almeno secondo me, di due narrazioni piuttosto diverse. L’elemento fiabesco, favoloso di Magnifica appare nel Tempo di Andrea sostanzialmente deposto. Ne sopravvivono bagliori, frammenti, accesi da un originale montaggio di sequenze temporali. Anche a questo proposito vorrei chiederti un commento.

Vero, Il Tempo di Andrea è una ramificazione di Magnifica. I due romanzi però hanno personalità distinte e perfino indipendenti. Il mondo arcaico, i tratti fiabeschi, la presenza marcata della natura lasciano il passo, nel secondo lavoro, a perimetri più crudi. Andrea assente-presente in Magnifica, diviene ora presente-assente. A casa continueranno ad aspettarlo ignorando qualsiasi dettaglio sulla sua sorte. Andrea, intanto, saccheggiato dalla malattia si scopre in un limbo. Ogni sua indagine si avvale di rinunce e rincorse che vanno a confrontarsi con esperienze tanto tangibili quanto sfuggenti. Il reale spia dunque l’irreale fino a congiungersi con il surreale. In questo scenario mutano tutti i registri, vacilla ogni lessico noto. In una dimensione esasperata il tempo inevitabilmente pone un marchio su luoghi, speranze, lingue.

 

I tuoi romanzi sono tradotti per importanti case editrici in tedesco, in francese e, correggimi, anche in altre lingue. Vorrei chiederti qualcosa sulla traduzione dei tuoi libri. Quanto ti ci riconosci, come ti poni difronte agli inevitabili distanziamenti che ogni traduzioni comporta, ma al tempo stesso ti è capitato di cogliere in queste “nuove vesti” nuovi e convincenti significati? E ancora, che rapporto si viene a creare tra te e i tuoi traduttori / traduttrici durante questo fondamentale lavoro, visto che la tua formazione ti consente di seguirli da vicino? Fino a che punto intervieni nelle loro scelte?

In verità solo il romanzo Magnifica è stato tradotto. La versione tedesca è uscita lo scorso marzo in Germania per le edizioni DuMont. In questo caso non ho collaborato con la traduttrice – Monika Köpfer – e mi sono confrontata con il testo solo quando il romanzo era ormai pronto per la stampa. Però alla fiera del libro di Lipsia, lo scorso marzo, ho avuto l’opportunità di leggere al pubblico un capitolo del romanzo. Mi sono mossa con molto rispetto nei confronti della traduttrice. Il testo resta mio, certamente, ma vi ho avvistato sfumature e traslazioni nate dall’innesto del tedesco. Dunque potrei parlare di germogli e odori giustamente plasmati dall’altra lingua. Per ciò che concerne, invece, la versione francese ho incontrato più volte la traduttrice – Lise Caillat – che è entrata nel romanzo con perizia e delicatezza sorprendenti. Il suo francese ha aderito con attenzione chirurgica al mio italiano. La versione francese uscirà il prossimo autunno per le edizioni Denoël.

  

È sempre interessante per i lettori entrare nell’officina di uno scrittore. La prima idea di un romanzo, lo sviluppo, i temi inizialmente individuati e poi magari in parte lasciati cadere. E naturalmente le fasi e i tempi della stesura. Cosa puoi dirci in merito alla tua esperienza? E, se mi permetti ancora una domanda, in che rapporto si pone la tua scrittura narrativa con quella pure da te, e con significativi risultati, praticata della poesia?

Le prime idee di romanzo fermentano a lungo nei miei pensieri, poi trovano riparo in tanti piccoli taccuini sparsi un po’ ovunque in casa. In una fase successiva passo alla stesura con utilizzo del computer. E dopo aver scritto, leggo e rileggo lavorando di sottrazione: lascio voce agli spazi bianchi, coltivo con passione il non detto. Mi dedico alla storia, ma soprattutto alla lingua che sempre mi sorprende per la sua duttilità, per le sonorità che sprigiona, per la bellezza che racchiude.

Tra scrittura narrativa e poesia c’è commistione, i due campi si contaminano, si spiano e direi anche che si pedinano. La poesia è a mio avviso una sorta di perforazione che va a indagare le nostre intime terre al fine di ricondurre alla superficie bagliori di grazia. Nella narrativa, con andamento diverso, forse più ondulatorio che sussultorio, si va alla ricerca di alfabeti che possano aiutarci a decodificare le nostre impronte. Dunque, inevitabilmente, la poesia e la scrittura si incontrano, si osservano e talvolta convivono.

 

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