Musine Kokalari, Muza d’Albania, di Antonietta Di Vito

 

“E così, cara Musine, il nostro mondo universitario

si sfascia a poco a poco: io spero che almeno,

anche tra molti anni

ognuno di noi serbi un buon ricordo di quei tempi

che chiamavamo infelici ed erano invece i più felici”.

(La mia vita universitaria, p. 199)

Considerata oggi la prima scrittrice albanese Musine Kokalari nasceva un secolo fa in Turchia, ad Adana, il 10 febbraio del 1917. Nel 1920 tornava con la famiglia ad Argirocastro, la città di origine nell’Albania tosca, dove negli anni della giovinezza avrebbe vissuto nella stessa strada del futuro dittatore Henver Hoxha, compagno di scuola di uno dei suoi fratelli. Dopo il trasferimento a Tirana, sempre con la famiglia, Musine da sola giungeva in Italia, a Roma, per compiere tra il 1937 e il 1941 gli studi universitari alla Sapienza, che si apriva in quegli anni agli studenti stranieri.

Quando Sali Berisha divenne Presidente della Repubblica albanese Musine Kokalari (1917-1983) venne dichiarata Martire della Democrazia. Nel 2007 fu insignita del titolo di Onore della Nazione, il più alto previsto dallo stato albanese, e infine, nel 2015, con la decorazione della bandiera nazionale: ratificandone così la completa riabilitazione, civile e letteraria insieme.

Eppure, quando il corpo di Musine Kokalari venne riesumato nel 1991, a breve distanza dalla fine del regime che l’aveva condannata, i suoi polsi rivelarono i rozzi fili di ferro arrugginito con i quali erano stati legati probabilmente ancora prima del sopraggiungere della morte, certo prima che fosse deposta nella bara improvvisata con assi di legno grezzo per muratura mentre era ancora agonizzante per il tumore non curato.

Alcune testimonianze riferirono che in punto di morte su quel corpo infierirono con sputi, una volta di più, dopo le torture a cui era stata sottoposta sin dal momento dell’arresto, il 17 gennaio 1946. Musine moriva il 13 agosto del 1983, nella poverissima casetta di Rrëshen, dove era stata relegata nel 1961 a scontare gli ultimi dei 30 anni di pena cui era stata condannata, in regime di isolamento e di lavori forzati, spazzina e manovale ad impastare il cemento, con una zuppa, mezzo panino e un caffè, dopo 16 anni di prigione già scontati.

Modalità che hanno fatto riflettere l’antropologo Mauro Geraci sul rapporto tra le pratiche funerarie di annullamento del corpo e della memoria di epoca comunista con quelle più tradizionali, in un confronto con le esequie pubbliche esibite del dittatore Hoxha (cfr. “Prometeismo e morte nell’Albania comunista. Riti dell’immortalità o dell’annullamento in Enver Hoxha e Musine Kokalari”, in Archeologia e antropologia della morte, III incontro di studi di archeologia e antropologia a confronto, Roma, 20-22 maggio 2015, i cui atti sono in corso di stampa).

Figlia di uno stimato avvocato, cresciuta in una colta famiglia di religione musulmana, ed essa stessa musulmana, nella sua breve vita da donna libera Musine fu etnologa, giornalista, novellista, poetessa, linguista, divulgatrice.

Se in Albania la sua storia e la sua produzione cominciano ad essere note, rimangono ancora pressoché sconosciute in Italia, dove pure trascorse un periodo significativo della sua vita e della storia del nostro Paese, cui per alcuni aspetti è fortemente legata.

Per questo è da accogliere con particolare attenzione la recente pubblicazione del volume La mia vita universitaria. Memorie di una scrittrice albanese nella Roma fascista (1937-1941): l’autobiografia scritta in italiano e legata alla sua esperienza di studentessa universitaria alla Sapienza in quegli anni. Una pubblicazione salutata con gratitudine dalla famiglia Kokalari, e curata da Simonetta Ceglie e Mauro Geraci per la collana “La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne”, diretta da Marina Caffiero e Manola Ida Venzo per la casa editrice Viella di Roma.

Un libro mai dato prima alle stampe ma concepito sin dall’origine come progetto editoriale dalla sua Autrice; libro è infatti il termine che compare esplicitamente nelle sue pagine a designarlo.

Tra il 1937 e il 1941 Musine vive in Italia, quindi, a Roma, nelle stesse strade e case che da quell’epoca in poi saranno frequentate dagli studenti che giungeranno a Roma a studiare alla Sapienza, in quell’Ateneo che nella politica universitaria del regime è “pensato come centro di alta cultura – sul modello della Sorbonne di Parigi – e polo di attrazione per i popoli del mondo” (scrive Simonetta Ceglie nel suo contributo al volume, a p. 82): per queste ragioni si incentiva la presenza di studenti stranieri come testimonia la presenza stessa di Musine. All’Ateneo romano, trasformato in Università nazionale da studium urbis quale era stato fino ad allora, e le cui strutture vengono potenziate, viene così affidato l’obiettivo di far recuperare a Roma centralità culturale e scientifica, come sottolinea nel discorso inaugurale dell’a.a. 1933-34 l’allora rettore Alfredo Rocco. La facoltà di Lettere in particolare, quella che anche Musine frequenta, si vede assegnare il centro del potere accademico.

Musine era partita per Roma dalla sua casa albanese il 15 gennaio del 1938 e vi era giunta ventiquattr’ore dopo seguendo il percorso Durazzo-Bari. Inseguiva il sogno dell’Università, di cui coglieva le potenzialità per le ragazze albanesi nuove a questo genere di formazione. In Albania la prima università sarà infatti istituita a Tirana solo nel 1957, durante il regime comunista e tra il 1985 e il 1992 verrà dedicata a Enver Hoxha.

Ma La mia vita universitaria. Memorie di una scrittrice albanese nella Roma fascista (1937-1941), non può essere considerata una scrittura meramente intimistica o ingenua.

Pur molto giovane, l’Autrice era consapevole del valore di documento e testimonianza storica, letteraria ed etnografica di quel che scriveva.

Di coltissima famiglia borghese, non era infatti estranea al mondo intellettuale e dell’editoria albanese dell’epoca: la libreria Venus a Tirana era stata inaugurato da uno dei suoi fratelli, Vesim, che insieme all’altro fratello Mumatz aveva aperto anche una piccola casa editrice.

Prima della sua laurea aveva già sperimentato e dato alle stampe differenti generi di scrittura: poesie, racconti etnografici, tregime etnografikë quei bozzetti popolari cioè che si erano andati affermando nella prima metà del Novecento come genere peculiare alla tradizione letteraria e di ricerca albanese cui diede il suo contributo anche Ismail Kadare, novelle e narrativa popolare, pezzi giornalistici, perfino un testo divulgativo sulla lingua e usi albanesi da dare ai soldati italiani delle truppe d’occupazione albanesi nel 1939. Ma anche carteggi con rilevanti personalità della cultura italiana, tra cui Carlo Tagliavini, il quale nutriva un interesse per i domini linguistici estranei all’indoeuropeo, quali l’albanese e il dialetto tosco in particolare, propri di quella regione dell’Albania meridionale di cui Musine era originaria e di cui raccoglieva testimonianze linguistiche e culturali. Ad ogni soggiorno in Albania Musine non perdeva del resto occasione per raccogliere testimonianze di natura etnografica, canzoni popolari, racconti, pratiche tradizionali, fornendo indicazioni sul suo metodo di ricerca. Non senza suscitare stupore per l’oggetto del suo interesse, con intuizione precoce ed innovativa: “Se trovavo qualcosa di nuovo, subito la scrivevo. Ogni tanto mi dicevano <<benedetta questa figlia, va in una scuola grande e si mette a scrivere queste sciocchezze. A che ti servono?>> <<Oh, rispondevo // sì che servono, sapete che cosa dice qualcuno di noi? Che nel nostro paese non c’è niente, né canzoni, né lamenti; invece noi ne abbiamo tanti>>. <<Se è così, allora te ne dirò un’infinità>>” (p. 130; d’ora in avanti, se non diversamente indicato, i numeri delle pagine si riferiscono a La mia universitaria).

Precoce: questo l’aggettivo che, a parere di chi scrive, più di tutti qualifica la produzione e le scelte di Musine.

Musine è consapevole della storia di Roma, e ne è emozionata: “Siamo in quella stretta di valle che si estende tra il Palatino e il Campidoglio, ricca di un’infinità di edifici che abbracciano 25 secoli di storia. Ecco il luogo più glorioso del mondo” (p. 119). Nelle pagine dell’autobiografia Roma appare prima con gli occhi di chi quella città l’ha studiata sui libri, attraverso la narrazione per certi aspetti stereotipata e sottolineata dal regime fascista – la fondazione nel 753 a. C., Romolo, il monte Palatino, caput mundi ed eterna e poi capitale della cristianità – poi con gli occhi della studentessa “fuori sede” e per di più straniera, che viene da un Paese con cui il regime fascista instaura relazioni prima amicali poi controverse e contraddittorie. Ma soprattutto con quelli della studiosa e nelle sue pagine Musine si fa etnografa di quella Roma che assiste all’entrata in guerra dell’Italia mentre i discorsi giornalieri delle bambinaie al parco, delle domestiche per le strade permangono quasi immutati nel tempo.

Musine è a Roma quando Giovanni Papini pubblicava l’articolo, “in cui diceva che l’Italia non aveva occupato che stati arretrati, primitivi e semibarbari, come l’Abissinia e l’Albania” (p. 186; cfr. G. Papini, Questa guerra, Il Messaggero, 12 marzo 1941, anno XIX). Un’evoluzione dei rapporti tra Italia ed Albania che le farà scrivere poco dopo: “Io mi sentivo di essere rimasta primitiva, la ragazza cresciuta in mezzo a gente povera, in un paese piccolo fatto di strade storte, di cortili circondati da muri; in mezzo ai canti che sono lamenti, e al pianto delle nostre donne, sotto un cielo grigio” (p. 187).

Innanzitutto però, nelle pagine dell’autobiografia, Musine è etnografa della vita universitaria. Lo sottolinea bene Mauro Geraci, curatore del volume e oggi docente all’Università di Messina, come se Musine avesse – anche in questo caso – precocemente individuato un terreno di ricerca per l’etnografia: l’arrivo degli studenti del primo anno, il loro disorientamento tra i grandi spazi della facoltà e l’amicizia con i portieri che aiutano a districarsi alla ricerca di aule, corsi e professori, i primi esami, le emozioni, il ripasso prima dell’interrogazione, gli appunti scambiati, i consigli dati dai più grandi, e poi la descrizione dei luoghi, delle biblioteche, delle aule, i finestroni e le scale della Facoltà di Lettere pochissimo cambiata da allora.

E Mauro Geraci, che da studente qualche decennio dopo avrebbe calcato i pavimenti di quella facoltà, nelle stesse aule, corridoi, biblioteche, rileva con emozione come Musine Kokalari abbia saputo cogliere il ripetersi di pratiche e rituali, sentimenti, paure, aspettative degli studenti, romani e “fuori sede” che si susseguono di anno in anno, di generazione in generazione in una singolare intuizione dell’ “antropologia delle emozioni studentesche” (Geraci, p. 20).

Musine studierà Storia delle Tradizioni Popolari con Paolo Toschi, Letteratura Italiana con Natalino Sapegno, Filologia Romanza con Giulio Bertoni, Filosofia teoretica con Giovanni Gentile, mentre Mario Praz sarà commissario nella sua seduta di laurea nel 1941, in cui discuterà una tesi – una copia della quale è conservata alla Biblioteca Nazionale di Tirana – sul poeta nazionale albanese Naim Frashëri.

E proprio mentre prepara la sua tesi di laurea sotto la direzione di Ernest Koliqi viene istituita la cattedra dedicata agli Studi sulla lingua e letteratura albanese. Nel 1957 la cattedra si trasforma in Istituto, con obiettivi di ricerca e catalogazione etnografica e linguistica, rivolta anche alle comunità albanesi in Italia (Calabria, Basilicata, Molise), come documentano gli archivi della Sapienza, ricchissimi quanto inesplorati.

Musine, silenziosa per carattere e perché non sente ancora la padronanza della lingua, circondata in prevalenza da colleghi di studio maschi – prima della successiva “femminilizzazione” della facoltà di Lettere – instaura relazioni soprattutto con studentesse che arrivano da altre parti d’Italia, con cui più la sua esperienza pare trovare rispondenza. “Non avevo conoscenze, ma in mezzo alla moltitudine di studentesse, mi accorsi che anche altre si trovavano a disagio nello studio: erano quelle che venivano anch’esse tardi dagli altri paesi d’Italia” (p. 114).

Ancora in anticipo rispetto a quella che diventerà un’esperienza diffusa diversi decenni dopo, Musine testimonia e riflette circa l’esperienza di sostenere gli esami in una lingua diversa da quella materna, quando mancano le parole ed anche quel che è noto appare dimenticato.

Musine racconterà anche della gita a Pompei con le amiche, fatta in economia, il pranzo con pane e ricotta e la descrizione delle strade di Napoli in attesa del treno. “Strano! La miseria è dapertutto (sic) uguale” scriverà in quell’occasione (p. 196).

Musulmana, come si è detto, è a Roma che però Musine si mette a studiare la propria religione, sollecitata da quella percezione di alterità che vede rispecchiata in quanti incontra e conosce. Tra le sue migliori compagne di studio non esita però ad annoverare un’amica ebrea.

Ascolto, sguardo ed estraniamento critico sono l’esercizio antropologico che Musine pratica costantemente, rileva ancora Geraci, e la pongono nella condizione di individuare con “lungimiranza antropologica” ed anni d’anticipo rispetto ad Edward Said (cfr. Orientalism, 1978) quell’orientalismo che coglie nell’atteggiamento dei soldati italiani in Albania dopo il 1939.

Il 6 aprile del 1939 Musine torna infatti nel suo Paese proprio in concomitanza dello sbarco delle truppe italiane che arrivano per mare e per cielo, così che il cielo di Tirana l’indomani è coperto dagli aerei militari. Un’operazione che dura ventiquattr’ore, il tempo di occupare un Paese che era già di fatto un protettorato italiano e che qualche giorno dopo firma la “legge di accettazione della corona d’Albania da parte di Vittorio Emanuele III” (p. 141). In quell’occasione, Musine fece stampare presso la libreria del fratello Vesim un Vademecum per i soldati italiani, curiosi di conoscere qualcosa di quella terra e di riferire a casa informazioni, anche oltre l’aspetto strettamente militare.

La guerra che incombe – rileva Simonetta Ceglie – viene raccontata non come tema politico ma come un fatto che influisce e trasforma le vite e la costruzione delle identità, personali prima ancora che nazionali.

Musine infatti a Roma è testimone, come abbiamo visto, anche dell’entrata in guerra dell’Italia, ed è a Roma quando l’esercito italiano entra in Grecia passando attraversando il confine albanese. La sua sensibilità sarà fortemente messa alla prova e lacerata, tra l’amore per la sua terra, che avvertiva, dopo il 1939, ferita ed umiliata dagli italiani, e quello per Roma e per il ragazzo italiano di cui è per qualche tempo fidanzata, anche se sarà proprio l’amica connazionale a tradire la sua fiducia tanto da indurla a scrivere: “Io che pensavo che è un bene essere buona e amabile, caddi senza accorgermi in mille agguati tesi da persone a cui volevo veramente bene. Quanto alle amiche, semplicemente le eliminai dalla mia compagnia e non ci vedemmo più” (p. 185).

Fino a maturare, di fatto, una progressiva rinuncia ad un rapporto affettivo in nome di una più completa libertà dello spirito:

“Se l’amore è bello, come dicono, è più bella ancor la libertà dello spirito quando l’anima non è imprigionata in un pensiero unico che tutto assorbe ma erra come cosa selvatica” (p. 185).

Esperienze tutte che non faranno che rinforzare la sua tendenza all’isolamento, alla solitudine

e ad una sorta di osservazione del dolore.

Come durante il lungo e doloroso soggiorno del nipotino Ettore, che le viene affidato perché a Roma deve curare un difficile problema all’anca. Le continue visite in ospedale, l’abitudine alla contemplazione – potremmo dire – della malattia e del dolore che la debilitano fisicamente e spiritualmente, così da trovare conforto nelle visite alle chiese fatte per ragioni di studio. Ed anche in ospedale Musine registra e documenta comportamenti organizzativi che riesce a cogliere con metodo etnografico e a trascrivere attraverso efficaci sintesi che sembrano un tutt’uno con il suo sguardo sulla vita sociale: “Là dove il medico non vuole rispondere, ti manda dal superiore competente che non si trova mai. […] Madri e padri che puntano tutta la loro stima, la loro speranza nel medico non lo disturbano più” (p. 157-158). E di se stessa scriverà: “Soffrivo di un male che non arrivavo a capire. Niente mi soddisfaceva e subivo una interna lotta dell’anima” (p. 178).

Una parte considerevole della produzione di Musine è attualmente conservata nell’Archivio centrale dello Stato di Tirana, nel fondo a lei intitolato, perché Henver Hoxha, il dittatore che aveva vissuto per anni proprio nella casa di fronte a quella di Musine ad Argirocastro, pur censurando e reprimendo qualunque forma di opposizione vera o presunta, ebbe invece una attenzione quasi maniacale nel sequestrare, archiviare, conservare presso il Dipartimento di Sicurezza dello Stato documenti e carte di ribelli ed oppositori dissidenti, tra i quali era stata annoverata anche Musine: con l’obiettivo, probabilmente, di usarli contro di loro.

Dopo la laurea, quando torna a Tirana Musine non può che osservare e registrare lo stalinismo che attecchisce rapidamente tra le ceneri della lotta partigiana antifascista, finendo per somigliare proprio a quel fascismo che aveva creduto di combattere.

Il 12 novembre del 1944 due dei suoi fratelli, Mumtaz e Vesim Kokalari, che nella politica non erano neppure coinvolti, vengono fucilati senza alcun processo negli scantinati dell’Hotel Bristol, mentre l’altro fratello, Hamit, che per molti anni era stato compagno di classe di Hoxha, si salva perché quella notte giace nel suo letto gravemente malato e sembra ormai condannato dalla sua stessa malattia.

Eppure l’isolamento e il silenzio, ancor prima che l’esclusione dalla vita sociale e politica diventasse pena da scontare, erano stati la cifra che aveva caratterizzato Musine già in altri momenti della sua vita. Non stupisce il silenzio e il rigore che mantiene anche quando in cella viene sottoposta a tortura: “L’anima per essere libera ha bisogno di solitudine” aveva scritto molti anni prima, quando l’avvento del regime era di là da venire e l’Albania sembrava avviarsi verso uno scenario di apertura internazionale anche per gli accordi con l’Italia fascista prima dell’improvvisa occupazione del Paese nel ’39 : “Nella solitudine ero tutta me stessa; e nei miei pensieri e nella mia fantasia trovavo motivo di bellezza” (p. 191).

Chissà se nei lunghi anni di isolamento Musine avrà ripensato a quanto aveva scritto in quel libro autobiografico che solo ora ha visto la luce ed in cui così rifletteva, prefigurando quasi quel che le sarebbe accaduto: “Mi trovavo in mezzo al mondo ma nello stesso tempo ero fuori del mondo” (p. 194).

Noi possiamo solo auguraci che in quei lunghi anni, prima in prigione poi ai lavori coatti, abbia trovato la maniera di realizzare quell’anelito alla libertà che, precocemente, aveva intuito di poter trovare solo dentro di sé: “Noi cerchiamo la libertà fuori di noi e invece si trova dentro di noi; cerchiamo la felicità fuori di noi mentre, se esiste, la troviamo dentro di noi” (p. 192).

Il 4 dicembre 2017, in occasione del centenario della sua nascita, un convegno ricorderà la Muza albanese a Roma, nel Palazzo del Rettorato dell’Università Sapienza, alla presenza di personalità della cultura albanese ed italiana.

Comunicato stampa

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