Costanza Lindi intervista ad Anna Maria Farabbi

Nata a Perugia nel luglio del 1959. Poeta, traduttrice, saggista, ha pubblicato con grandi editori nel panorama della poesia italiana contemporanea (Mondatori, Sellerio, Lietocolle, Il Ponte del Sale e altri). Dirige la collana Un’altra via di pane, vino, tavola e molto silenzio per Lietocolle e la collana Segnature per Terra d’ulivi.

In raccolte come Abse e Adlujè si palesa questa tua propensione per la poesia in dialetto. In particolare è usato il dialetto della zona di Montelovesco, cittadina citata più volte anche in Leièmaria, opera da considerarsi altrettanto lirica. Qual è il motivo per cui un poeta decide di scrivere in dialetto? Quali possono essere in vantaggi e gli svantaggi dell’uso di questa lingua nel fare poesia?

Montelovesco, situato tra Umbertide e Gubbio, in provincia di Perugia, era solo un villaggio negli anni settanta. Ora è diventato una costellazione di casali sparsi e un minuscolo nucleo, relativamente abitato, attorno alla chiesa e al cimitero.

Non ho deciso e non decido di scrivere in dialetto. Non è stata e non è una scelta, ma necessità espressiva, una fisicità linguistica che si è imposta e s’impone in me, ogni volta che la lingua italiana, per la materia interiore e poetica a cui stavo e sto lavorando, evidentemente, non risultava e non risulta adeguata. Il mio primo approccio poetico al dialetto ha imposto un abbassamento del baricentro intellettuale in un’attenzione intensificata all’oralità lirica e popolare. In quegli anni ho condiviso un forte nodo solidale di ricerca poetica dialettale e linguistica con Achille Serrao, abitavamo stesse radici e stesse direzioni.

Se si accende la riflessione sulla poesia dialettale, credo sia fondamentale riservare altrettanta concentrazione sulla traduzione del testo dialettale. Non se ne parla abbastanza della qualità e del lavorio delle traduzioni in lingua su poesie in dialetto. Una delle opere che ha individuato in modo folgorante questa complessità è stata l’antologia dedicata ai sonetti shakesperiani tradotti in moltissime lingue e, importantissimo, anche in dodici dialetti italiani. Per l’occasione sono stata contattata assieme a altri undici poeti, tutti come me attivi nella traduzione letteraria dall’inglese, e abbiamo tradotto ciascuno tre sonetti inglesi nel nostro dialetto e, successivamente, dal testo dialettale in lingua. Anche registrato le nostre voci su cd, allegato alla pubblicazione. L’antologia è Shakespeare’s Sonnets, edited and compilated by Manfred Pfister and Jurgen Gutsch, Edition Signatur, 2009. Il progetto è stato valorizzato su Radio tre, con spazio dedicato a ciascuna voce.

La poesia dialettale può forse aumentare la difficoltà di pubblicazione e di traduzione all’estero. Ma la via della propria ricerca è assoluta, comanda, non comprende vantaggi e svantaggi.

Soprattutto in Abse troviamo una poesia attiva e impegnata, che adotta un’intonazione civile con lo scopo di lanciare più di un messaggio, mostrando, rifacendomi ai tuoi versi, quanto la parola sia “responsabile”. La scelta del dialetto è spinta da una volontà di avvicinarsi al lettore conterraneo oppure c’è un tentativo, in questo e in altri casi, di restituire pura sacralità ad un ambiente che si vede e si vive?

Il dialetto per me non nasce da una scelta, sorge per necessità. Mi viene addosso. Non mi spinge a avvicinarmi a un certo lettore. Mi detta un abbassamento del canto a una fisicità terragna. Impegna me in un gesto sacrale, sì sempre, così come il canto in lingua del resto. Il paesaggio che io canto mi ritrae sì. I miei testi dialettali, tuttavia, non sono mai descrittivi, non narrano l’orografia, la fisiognomica del paesaggio. Il mio effettivo ritratto sta nell’essenzialità del segno, nella sua sobrietà, nella sintesi velocissima, nella parsimonia dell’inchiostro o del fiato.

Le tue scelte possono essere interpretate come un bisogno di appartenenza o una nostalgia delle origini natie oppure la tua è un’immersione nel puro della natura cui apparteniamo, con un progressivo distacco da eccessive aulicità?

Analisi di identità, compresenza, tensione all’origine, necessità dell’incontro, elaborazione interiore, apertura totale al mondo minerale e vegetale. Non uso tradizionalmente la parola appartenenza, la coniugo con quella di nomadismo, le vivo entrambi.

Con la scelta del dialetto vuoi quindi lanciare un messaggio al tuo lettore?

Nessun messaggio. Canto come i nomadi solitari all’alba davanti al deserto.

Puoi illustrarci la scelta del titolo Talamimamma per la tua raccolta di poesie per bambini?

In dialetto significa alla mia mamma. Indico più che la mia madre biologica, la cultura della grande madre, ben altra da quella che stiamo vivendo. Non tanto una destinataria a cui viene dedicato il pensiero e l’opera, ma una direzione di cammino e di canto. Che sia contratta la parola, in me, è solito: così come in leièmaria. Creo una parola organica, unica, un’unita di fiato e di significato.

È la prima volta che scrivi per dei lettori bambini, e perché hai deciso di farlo?

In prosa uscì nel 2013, Caro diario azzurro, per Kabaedizioni, un racconto ambientato nella seconda guerra mondiale. La storia di Talamimamma, oltre a essere un mio atto creativo, si inserisce al mio lavoro di sensibilizzazione della poesia verso i bambini e i ragazzi. Non si tratta solo, secondo me, di andare nelle scuole, cosa che faccio costantemente, ma di cantare anche in registri poetici uscendo da retoriche, filastrocche, facili e fruibili rime, tematiche nostalgiche e incantatorie: immettendo problematiche e attualità, senza l’abbaglio di un’illustrazione spettacolare. Se nelle scuole elementari la poesia è tessuta con vivacità e creatività, nelle medie si genera una frattura. Così il mio invito a lavorare, noi poeti, anche per i bambini e i ragazzi.
Se il canto ha qualità, poi, raggiunge qualsiasi pubblico, indipendentemente dall’età. Con Talamimamma ho cercato questo.

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