Paolo Silvestri intervista Franco Pierno

Franco Pierno si è laureato in lettere a Pavia e ha conseguito un dottorato in filologia romanza a Strasburgo. Dopo aver insegnato in Francia e Svizzera, è ora docente presso l’Università di Toronto. Il suo campo di specializzazione è la Storia della lingua italiana, con un’attenzione particolare per la relazione tra lingua e religione. Nel 2010 ha ottenuto un finanziamento quinquennale da parte del governo canadese per un progetto di studio storico-linguistico della produzione editoriale italiana nella Ginevra calvinista del Cinquecento.

Ha pubblicato articoli in Lingua nostra, Vox Romanica, Romance Philology e in diverse altre riviste, europee e nordamericane. È stato un collaboratore del Lessico Etimologico Italiano, diretto dal Professor Max Pfister. Ha inoltre dato alle stampe un volume intitolato Postille moral et spiritual (Venise, 1517), che è l’edizione, con introduzione storica, analisi linguistica e glossario, del primo commento in italiano e a stampa della Bibbia (Strasbourg, Société de Linguistique Romane, 2008, Bibliothèque de Linguistique Romane n. 3). È responsabile della sezione “Canada” per l’Osservatorio degli Italianismi nel Mondo (OIM) dell’Accademia della Crusca.

Il Canada è per definizione un Paese multietnico e multiculturale e presenta una complessa convivenza di lingue: oltre l’inglese ed il francese, che coabitano in una situazione di parziale bilinguismo, i sistemi linguistici autoctoni, nonché le lingue “esportate” attraverso i flussi migratori. Che ruolo hanno la cultura e la lingua italiane nella società canadese?

La lingua italiana, se guardiamo le recenti statistiche del censimento del governo canadese, conserverebbe un ruolo importante. Addirittura, a Toronto, sarebbe la quarta lingua della popolazione; tuttavia, spesso, gli intervistati, sono italiani di prima o seconda generazione che considerano il proprio dialetto come una forma d’italiano e che, di conseguenza, dichiarano competenze credute ma non reali. La cultura resiste, a mio avviso, sotto forma di pseudo-cultura: denominazioni culinarie fantasiose, insegne commerciali, etc. Alcuni sembrano quasi gioire di questa situazione: il pullulare di pseudo-italianismi sarebbe il simbolo di una rinata presenza dell’italiano. In realtà, lingua e cultura del nostro Paese sono in piena decadenza, malgrado la presenza di istituzioni, accademiche e governative, le quali, tutto sommato, si adeguano alla moda neoliberale applicata anche al campo umanistico. Prendendo sempre come esempio Toronto, bisogna dire che esistono un quotidiano, un canale televisivo e una radio in lingua italiana, ma la mia impressione è che il pubblico di questi media sia quello dei ‘vecchi’ immigrati, poco inclini a seguire le informazioni in inglese. 

Che spazio hanno la lingua e la letteratura italiane nei programmi scolastici, universitari e non? 

Come accennato alla fine della mia prima risposta, le discipline umanistiche (e, quindi, anche l’italiano) subiscono la ventata neoliberalista che sta letteralmente stravolgendo il panorama universitario (nordamericano, ma non solo, tutto sommato). L’importanza accordata ai numeri (bisogna totalizzare un buon numero di iscritti per ogni corso, per programma, etc., perché, ovviamente, più sono gli studenti più sono alti i profitti in termini di tasse universitarie) la fa da padrone e le piccole discipline rappresentano la carne da macello in una battaglia già persa. L’italiano in Canada ha vissuto una grande stagione in termini di numeri, databile tra gli anni Sessanta e gli inizi degli anni Novanta, in concomitanza con l’affermarsi del consistente afflusso di immigrati. Praticamente sparito dalla scuola superiore, ora resiste in alcuni programmi universitari, principalmente a Toronto, dove, ancora diversi anni fa, le cifre di docenti e studenti costituivano un motivo d’orgoglio. Ora, con gli effettivi che si riducono di anno in anno, occorrerebbe puntare finalmente sulla qualità scientifica e accademica, ma si resta ancora impigliati in logiche numeriche. 

Ci dici qualcosa del sistema universitario canadese? È assimilabile a quello americano? In che cosa si differenzia rispetto a quello italiano?

Credo che i due sistemi, quello canadese e quello americano, siano molto simili (escluderei dal paragone quello delle università del Québec). Non saprei fare un confronto con il sistema italiano attuale, ma piuttosto con quello vissuto dal sottoscritto alla fine degli anni Novanta. Qui si hanno ‘semestri’ di dodici settimane, durante le quali occorre far passare almeno un paio di test e alla fine delle quali si richiede un saggio scritto. Ogni studente affronta almeno quattro corsi a ‘semestre’. Io, per preparare un esame di Latino o di Letteratura italiana, lavoravo almeno per un paio di mesi, seguendo corsi annuali e avendo un calendario d’esami più disteso (benché ritmato dal mantenimento di un posto in collegio universitario); eppure mi sono laureato in quattro anni, e quello che ho studiato per i miei esami spesso me lo ricordo ancora. Lascio ad altri tirare le conclusioni sull’efficacia di un insegnamento così concentrato… 

Si studia l’italiano anche al di fuori delle strutture scolastiche ufficiali?

Negli Istituti Italiani di Cultura e in qualche scuola nata da cooperazioni italo-canadesi.

Quali sono secondo te le motivazioni principali che spingono a studiate l’italiano?

Difficile a dirsi. Potrei dire che, all’università (la situazione che conosco meglio), un corso in italiano può servire a completare con un certo agio il percorso di alcuni studenti. Talvolta, si riesce, tramite corsi basici, ad attirare l’attenzione su argomenti e metodi dell’italianistica e, in quel caso, si può forse guadagnare uno studente motivato. In linea generale, il pubblico degli apprendenti ha in mente l’Italia della moda, del calcio, dell’opera, dei paesaggi toscani, dei monumenti…

In generale c’è maggiore interesse per la lingua o per la letteratura? Quali sono gli autori italiani più letti e conosciuti?

Direi nettamente per la lingua. Quanto agli autori, se uno da un’occhiata in libreria trova soprattutto quelli di facile smercio… un Carrisi, forse il consueto Saviano, etc.

Per quanto riguarda le traduzioni, c’è un mercato editoriale comune in lingua inglese per Usa e Canada, o esistono canali specifici? E i gusti dei lettori americani e canadesi coincidono?

Immagino che canadesi e americani leggano le stesse traduzioni. Economicamente non avrebbe senso avere due mercati separati.

La crisi ha fatto sì che si sia verificata in questi anni una sorta di neoemigrazione all’estero di molti giovani italiani alla ricerca di possibilità di lavoro. Hai potuto notarne gli effetti anche in Canada?

So che ogni anno arrivano molti italiani in Canada, soprattutto a Toronto.

Nel tuo caso l’approdo in Canada è stata una scelta o frutto di circostanze non previste?

Sono canadese di nascita, ma figlio di italiani e di formazione schiettamente e unicamente europea, con studi svoltisi tra Italia, Francia, Svizzera e Germania. Venire in Canada è stata una scelta deliberata. Avevo già un posto all’Università di Strasburgo, ma ero curioso di esplorare il sistema nordamericano e di cosa sarebbe successo con un eventuale ritorno alle ‘origini’.

Infatti si dice che gli “emigranti” prima o poi vengano colpiti dal “mal di Patria”e dal desiderio di tornare alle proprie origini. Non sei stato contagiato da questo “virus” anche nel senso di un possibile ritorno in Europa?

Sì, ma non in Italia. Ho vissuto i miei migliori anni in Francia e un mio immaginifico ed eventuale ritorno potrebbe realizzarsi solo in quel paese.

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