Vanni Scheiwiller e Julius Evola di Emanuela Costantini

Abstract delle conferenze

 

Vanni Scheiwiller editore europeo
(Perugia, aprile – giugno 2010)

Il rapporto editoriale tra Julius Evola e Vanni Scheiwiller si sviluppò in poco più di un decennio, dal 1961 al 1973. In questo lasso di tempo Scheiwiller pubblicò quattro opere di Evola: Cavalcare la tigre (tre edizioni: 1961, 1971 e 1973), Il cammino del Cinabro (due edizioni: 1963 e 1971), L’arco e la clava (1968) e Râaga Blanda (1969), oltre alle riedizioni dell’opera dadaista La parole obscure du paysage interieur del 1963 e di La dottrina del risveglio, saggio sull’ascesi buddista del 1965.

Ma come maturò questo rapporto? In mancanza del carteggio diretto tra Evola e Scheiwiller, qualche conclusione può essere tratta da alcune prefazioni scritte da Scheiwiller a volumi di e su Evola e dalle lettere di Evola a Boris De Rachewiltz, genero di Ezra Pound, e di Scheiwiller ad Acruto Vitali, concertista e pittore, del 10 gennaio 1962.

Da quanto scrisse Scheiwiller nella lettera a Vitali e nella prefazione a Evola in Dada, una vita di Evola a fumetti secondo lo stile dadaista disegnata da Pablo Echaurren, egli sarebbe entrato in contatto con Evola al tempo della sua tesi di laurea su Savinio, quindi intorno alla metà degli anni Cinquanta (Scheiwiller era nato nel 1934). Il tramite di questo contatto sarebbe stato De Rachewiltz, al quale Evola scrive a proposito di “quella lettera di Scheiwiller che mi aveva trasmessa”.

L’interesse del giovane Vanni per Evola derivava sua passione per l’arte dadaista: lo dice lui stesso a Vitali quando gli ricorda che Evola “con Prampolini è stato forse l’unico dadaista” (Ferretti, p. 96). Questo apprezzamento per il dadaismo sarebbe poi stato soddisfatto con la riedizione di La parole obscure du paysage interieur e la pubblicazione degli scritti dadaisti di Evola, antecedenti il 1921 e rimasti inediti, nella raccolta Râaga blanda (Evola, Il cammino del Cinabro, 1961, p. 28), uscita presso Scheiwiller nel 1969. Nella lettera a De Rachewiltz in cui si fa cenno all’incontro tra i due, infatti, Evola afferma che l’editore gli avrebbe chiesto “ragguagli circa la mia attività ‘preistorica’ sulla linea dell’arte astratta, e simili, ed aveva avanzato la proposta di ristampare un mio opuscolo uscito a quel tempo”. Probabilmente si tratta di La parole obscure du paysage interieur, uscito per la “Collection Dada” di Zurigo nel 1920 (Julius Evola, Lettere 1955-1974, p. 32) e che fu poi ripubblicato proprio da Scheiwiller nel 1963. Evola colse l’occasione per proporre invece a Scheiwiller la pubblicazione di Cavalcare la tigre (Ferretti, p. 96) e da allora iniziò un rapporto editoriale che portò all’uscita presso la casa editrice milanese delle più significative tra le ultime opere di Evola.

Quello che convinse però l’editore a pubblicare Evola fu soprattutto la sua volontà di compiere “una non piccola provocazione nel clima di un certo conformismo culturale” (Echaurren, p. 3). Come ricordava lo stesso Scheiwiller, infatti, in quel periodo Evola era stato di fatto emarginato dal panorama editoriale italiano.

La sua collaborazione con Laterza si era interrotta alla fine degli anni Quaranta. Scheiwiller affermò che la rottura fosse legata alla morte di Croce, che certamente non condivideva le idee di Evola, ma riconosceva il valore delle sue opere (Echaurren, p. 5; Evola, La biblioteca esoterica, pp. 160-165). Il fattore decisivo, però, era stato probabilmente un altro: Evola all’inizio degli anni Cinquanta era stato coinvolto nel processo ai ricostituiti Fasci di Azione Rivoluzionaria (FAR), per cui il suo nome era costantemente accostato a quello dei movimenti neofascisti. Lo dimostra anche il fatto che non fu solo Laterza a rifiutare la pubblicazione, ma anche altri editori che lo avevano preso in visione (lettera di Berenzi a Evola, 18 maggio 1851).

Di fronte alle difficoltà di Evola a trovare un editore per le sue opere, Scheiwiller si propose, ribadendo in più occasioni che la sua scelta non era il frutto di un allineamento ideologico, ma il risultato della tolleranza, inculcatagli dal padre, per tutte le idee, anche quelle diverse dalle sue. Scheiwiller dice infatti di non avere “nulla da nascondere, non avendo io la coda di paglia, fortunato com’ero ad aver ereditato un padre che fu uno dei pochissimi editori italiani a non aver mai la tessera del partito fascista” (Echaurren, p. 8).

A ribadire la correttezza della sua scelta, Scheiwiller, ancora nell’introduzione a Echaurren, che – va sottolineato – fu scritta nel 1994, afferma che tra coloro che si erano interessati a Evola vi erano “tipi al di là di ogni sospetto, come Federico Fellini e Cesare Zavattini”, che andavano “furtivi” a visitare Evola nella sua casa romana. Inoltre, Vanni ribadisce che in tempi recenti l’importanza del pensiero di Evola era stata riconosciuta anche da intellettuali non certo di destra, come Massimo Cacciari e Marguerite Yourcenair.

Insomma, quello che convinse Scheiwiller a pubblicare Evola fu la “congiura del silenzio” (prefazione a Il cammino del Cinabro, 1972) che colpì l’intellettuale. Evola stesso parlò di un “atto di coraggio intellettuale” riguardo alla pubblicazione della sua opera (Evola, Lettere 1955-1974, p. 32).

Certamente il processo che portò alla pubblicazione non fu lineare: dalle lettere di Evola a De Rachewiltz emergono anche pause e incomprensioni, tanto che Evola parlò di “fasi di smaterializzazione” di Scheiwiller in una lettera nel luglio del 1961. I dubbi di Evola sulla possibile marcia indietro dell’editore milanese continuarono fino a metà novembre, quando il libro apparve finalmente in via di pubblicazione. Ma anche in seguito Evola avanzò qualche dubbio sul comportamento di Scheiwiller, accusato di non aver promosso a sufficienza il testo (siamo nel gennaio del 1962), finché, nel marzo del 1963, finalmente l’autore si disse soddisfatto: “il bravo Scheiwiller sembra che ‘marci’; si sta passando alla fase operativa delle varie iniziative” (Ivi, p. 51).

È significativo che l’interruzione della “congiura” di cui parlava l’editore si abbia con un libro come Cavalcare la tigre, che, tra le opere pubblicate da Evola con Scheiwiller è quello con un contenuto più organico, essendo gli altri due raccolte e un’autobiografia. Peraltro, per il momento in cui venne scritta e quello in cui fu pubblicata, l’opera occupa un posto molto importante tra le opere di Evola. Ho distinto i due momenti perché sono separati da una decina di anni, come è emerso abbastanza di recente.
Cavalcare la tigre è una critica al mondo moderno che si può considerare perfettamente in linea con le posizioni che Evola aveva assunto sin da Rivolta contro il mondo moderno del 1934. L’obiettivo della polemica di Evola era, sin da allora, la società e il mondo borghese, quello democratico emerso dalla rivoluzione francese e quello capitalista frutto della rivoluzione industriale. Sono queste, democrazia e capitalismo, le forme che dimostrano secondo Evola la degenerazione del mondo moderno e alle quali si ricollega anche il comunismo: “liberalismo, democrazia, poi socialismo, poi radicalismo, infine comunismo e bolscevismo non sono apparsi storicamente che come gradi di uno stesso male” (Evola, Orientamenti, p. 25). In Cavalcare la tigre si ritiene che l’uomo possa trovare salvezza solo in una dimensione “altra”, quasi trascendente.  L’autore si rivolge a un tipo differenziato di uomo, colui che “non appartiene interiormente” al mondo contemporaneo, ma a quello della Tradizione. Partendo dal presupposto dell’impossibilità di attuare una qualsiasi trasformazione del mondo attuale, Evola ritiene che l’uomo debba rifiutare ogni compromesso con le forme, anche politiche, esistenti e maturare una propria dimensione interiore attraverso un atteggiamento di distacco dalla realtà.

Questo atteggiamento è stato definito apolitìa e si colloca apparentemente alla fine di un percorso iniziato per Evola con Orientamenti (1950) e Gli uomini e le rovine (1953). In questi testi Evola scriveva “al ‘progresso’ furono innalzati inni e ci si illuse che questa civiltà – civiltà di materia e macchine – fosse la civiltà per eccellenza, quella a cui tutta la storia del mondo era preordinata” (Evola, Orientamenti, p. 15). Evola quindi prende atto del fatto che “noi oggi ci troviamo in mezzo ad un mondo in rovine” (Evola, Orientamenti, p. 18) e si pone il problema della possibilità o meno di una resurrezione. La soluzione, sostiene il pensatore, non può essere trovato in forme statuali poiché, per quanto perfette, esse non sarebbero in grado di funzionare in presenza di una classe politica inadeguata. Al contrario, anche uno stato imperfetto può funzionare se guidato da “una razza capace di produrre uomini veri” (Evola, Orientamenti, p. 19). Evola invita allora alla creazione di un gruppo riconoscibile di uomini che riprenda l’idea delle “forze che sognarono per l’Europa un ordine nuovo, ma che nella sua realizzazione spesso fu impedita e deviata da fattori molteplici” (Evola, Orientamenti, p. 22). E’ evidentemente l’idea di una destra intesa come forza politica che abbia come punto di riferimento il fascismo e che sia custode della tradizione. Evola stesso definì Gli uomini e le rovine “un ultimo tentativo di promuovere la formazione di una vera Destra” (Evola, Il cammino del Cinabro, 1961, p. 181). Mentre la critica giovanile investiva soprattutto la realtà europea, quella di Orientamenti e Gli uomini e le rovine riguardava l’Occidente democratico e l’Oriente comunista.

A questa presa di posizione seguì l’avvicinamento ai movimenti neofascisti e in particolare al gruppo di Ordine Nuovo nel 1955. L’apolitìa rappresenterebbe la fase successiva, in cui Evola critica il fascismo e il nazionalsocialismo sulla base dell’idea che una vera trasformazione del mondo moderno si possa sviluppare solo in una dimensione interiore, data l’inadeguatezza della realtà contemporanea. Questa lettura ha un senso solo però collocando Cavalcare la tigre in una fase successiva a quella delle due opere degli anni Cinquanta. In effetti Evola nel Cammino del Cinabro  la definisce “l’ultimo libro da me scritto” (Evola, Il cammino del Cinabro, 1961, p. 215), pur non fornendo indicazioni sull’anno della sua elaborazione.

In realtà, sulla base di una serie di indicazioni che si ritrovano in due lettere, una di Evola al notaio Barresi e una di Angelo Berenzi, già partecipe alla marcia su Roma e direttore di un giornale nella RSI e ora collaboratore del settimanale Meridiano d’Italia, a Evola, entrambe del 1951, e in Gli uomini e le rovine, è possibile retrodatare l’opera di circa un decennio.

Nel 1951 Evola scrisse in una lettera al notaio Barresi che “sullo Jünger in genere c’è un saggio nel mio ultimo libro, Cavalcare la tigre, per il quale non si è ancora trovato un editore”. Che Evola abbia incontrato difficoltà nel trovare un editore è dimostrato anche dalla lettera di Angelo Berenzi, il quale comunicava ad Evola di aver proposto il manoscritto dell’opera al titolare delle Edizioni Europee, che lo aveva trovato interessante, ma difficile da collocare nelle collane della casa editrice.

Un riferimento a Cavalcare la tigre come opera di prossima pubblicazione si ritroverebbe anche nella prima edizione di Gli uomini e le rovine del 1953. Che il lavoro fosse già di fatto scritto è dimostrato inoltre dal fatto che nel testo ci sarebbero espliciti rimandi ai capitoli 4 e 8 dell’opera inedita.

Sulla base di queste testimonianze, si può affermare con certezza che il libro sia stato scritto prima del 1951.

La questione non è di secondaria importanza, in quanto la datazione si collega al dibattito sul ruolo che Evola avrebbe avuto nell’esplodere della violenza neofascista degli anni Settanta. Di Cavalcare la tigre, infatti, sono state date due diverse interpretazioni: che si tratti di un’opera che celebrerebbe un atteggiamento di estraniazione dalla politica, a dimostrazione di come Evola nell’ultimo periodo della sua produzione abbia voluto allontanarsi dalla politica attiva, o che, all’estremo opposto, si tratti di un invito a rovesciare il mondo “in dissoluzione” dalle fondamenta attraverso un’azione extrasistemica, e quindi violenta. Credo però che nel dibattito storiografico si sia fatta un po’ di confusione, perché non sempre si è tenuta distinta l’intenzione dell’autore dall’effetto che l’opera ebbe negli ambienti di estrema destra.

Sul primo aspetto non posso pronunciarmi, non conoscendo tutta la produzione evoliana e quindi non essendo in grado di affermare con certezza quale fosse il punto di vista dell’autore in quel periodo. Mi limito a fare qualche considerazione sulla base della datazione. Gianfranco De Turris in Elogio e difesa di Julius Evola afferma che Evola negli anni Sessanta avesse visto tramontare ogni speranza di efficace azione politica di destra. Questa tesi viene considerata convincente da Giorgio Galli nell’introduzione e ripresa da Riccardo Paradisi nell’introduzione a una raccolta di scritti sull’apolitìa (Julius Evola, Apolitìa, p. 11). Anche Cassata, biografo non apologeta di Evola, ascrive Cavalcare la tigre a una fase di disimpegno politico di Evola, passato alla critica del fascismo e del nazionalsocialismo su basi tradizionaliste.

Le asserzioni di De Turris, Galli, Paradisi e Cassata si basano sul fatto che Cavalcare la tigre si collochi alla fine del percorso iniziato con Orientamenti e Gli uomini e le rovine, in cui Evola sarebbe passato dal sostegno attivo ai movimenti di estrema destra al disincanto per la realtà politica contemporanea e di conseguenza al disimpegno da essa. Tuttavia, proprio il chiarificarsi della questione della datazione getta una luce diversa sul percorso che l’autore avrebbe seguito. Se è vero che Cavalcare la tigre è stato scritto tra il 1949 e il 1951, o si rovescia il percorso che Evola avrebbe fatto o quanto meno lo si deve ridefinire. Gli unici dati che abbiamo per stabilire l’ordine di composizione delle opere sono quelli forniti dallo stesso Evola, ma anche se l’ordine fosse effettivamente coincidente con quello di pubblicazione sicuramente non sarebbero passati, come si credeva in precedenza, dieci anni tra le prime due e la terza.

Le possibilità a questo punto sono due. La prima è che i tre saggi siano stati scritti più o meno negli stessi anni, e quindi li si debba considerare complementari. Ma se questo è vero, non si può distinguere un periodo precedente di “attivismo” e uno successivo di disimpegno nel percorso di Evola. La seconda è che la versione di Cavalcare la tigre del 1961 sia sensibilmente diversa da quella del 1951, ma questo non è riscontrabile in alcun modo. Una possibile chiave di lettura, che rende più plausibile la prima soluzione rispetto alla seconda, ce la fornisce lo stesso Evola in Il cammino del Cinabro: ripercorrendo la sua produzione intellettuale, Evola afferma di aver seguito due orientamenti: quello verso la trascendenza e quello verso l’azione, e precisa “nel campo delle idee la loro sintesi sta alla base della formulazione precipua data, nell’ultimo periodo della mia attività, al ‘tradizionalismo’ in opposto a quella, più intellettualistica e orientaleggiante, della corrente facente capo a René Guénon” (Evola, Il cammino del cinabro, 1961, p. 13). Per inciso, il riferimento a Guénon è molto importante perché consente di collocare Evola nel pensiero tradizionalista: rispetto alla tradizione che ha inizio con Spengler a fine Ottocento e prosegue con Guénon a inizio Novecento la novità nella posizione di Evola è nel fatto che Evola non ritiene la crisi del mondo moderno circoscritta all’Occidente, ma la attribuisce a tutto il mondo. Al contrario, ritiene che proprio il mondo occidentale in quanto primo a decadere, possa essere il primo a risollevarsi, non, come sostiene Guénon, in nome del Cattolicesimo come base della tradizione, bensì attraverso l’emergere di una tipologia di uomo che interiorizzi l’idea di tradizione. In sintesi, quello che Evola dice è che trascendenza e azione non si escludono a vicenda, rappresentano invece due facce della stessa medaglia, la cui sintesi può essere individuata in quel tipo distinto di uomo che in Cavalcare la tigre è visto come l’uomo che si appropria al massimo livello dell’idea di tradizione, e che in Gli uomini e le rovine e Orientamenti è l’uomo chiamato ad agire e dal quale dipende la creazione di una società organica e gerarchizzata. E però in Il cammino del Cinabro Evola insiste sul fatto che Cavalcare la tigre rappresenti la chiusura di un ciclo, il ritorno alle posizioni giovanili e alla “negazione radicale del mondo” (Evola, Il cammino del Cinabro, 1961, p. 227).

La seconda questione, quella sull’effettiva influenza dell’opera di Evola sui movimenti di estrema destra, va tenuta separata dalla prima: l’effetto di un testo in un ambiente politico può essersi prodotto a prescindere dalla volontà dell’autore.

Si tratta di un aspetto difficile da verificare, ma sul quale qualcosa ci dice la vicenda delle varie edizioni del testo. La prima, del 1961, uscì in 1500 copie numerate, che furono vendute nell’arco di un decennio. La seconda, pubblicata dieci anni più tardi, andò esaurita in meno di due anni. Evidentemente il diverso clima politico contò: in mezzo c’erano stati il ’68 e le prime esplosioni del terrorismo. Questo può anche voler dire che la stessa opera potesse essere letta in modo diverso in due momenti storici diversi. Peraltro, anche la prima edizione dell’opera suscitò qualche reazione nel mondo editoriale, se è vero che Il cammino del Cinabro, autobiografia che Evola voleva pubblicata dopo la sua morte, uscì nel 1963 per volontà di Scheiwiller. Così recita la nota dell’editore che accompagna la prima edizione: “dopo la pubblicazione di Cavalcare la tigre (…), che ha causato all’editore non poche incomprensioni, ho ritenuto utile pubblicarlo già ora per chiarire equivoci e sfatare leggende”. Un segnale delle reazioni che si ebbero alla pubblicazione è dato dalla già citata lettera di Vitali, che è del 10 gennaio 1962:

Per Savinio scrissi a Evola; ne seguì un carteggio; gli proposi la ristampa delle due plaquettes dadaiste; mi propose invece il suo ultimo libro Cavalcare la tigre: tutti i grossi editori lo avrebbero rifiutato senza leggerlo, a priori mi disse; provai io con L[onganesi]; all’amico (marxista) cui lo diedi in lettura interessò, lo passò al suo padrone (figlio di papà e non marxista): lo rifiutò senza leggerlo. Mi vergongnai anch’io di essere un editore; lo diedi in lettura all’amico Draghi, di famiglia antifascista (per informazioni: alla figlia di Croce). (Suo padre era nel C.L.N. a Lodi, condannato a morte dai nazisti ecc.: con la liberazione rischiò la pelle, lui, per colpa di uno di Lodi che faceva il polizziotto repubblichino e che a Liberazione avvenuta rivoltò la camicia nera e divenne rossa – forse la fodera), Draghi ne fu interessato; ne lessi anch’io delle parti e pur dissentendo spesso, decidemmo tutti e due di pubblicarlo: per decenza, per non essere dei fascisti alla rovescia, per non essere dei conformisti, per elogio del dissenso e proprio in omaggio a quella libertà della cultura, di cui tutti parlano e troppo spesso, oggi come allora, meno grossolanamente certo viene calpestata…
Caro V[itali], ognuno vuole un’etichetta (anche se il prodotto è sofisticato), mi metta pure quella di liberale cattolico, meglio, di cattolico liberale.

Abstract