Barbara Carle intervista Mario Luzi

Nel 1991 cominciai a scambiare lettere con Mario Luzi. Ero immersa nello studio della sua poesia. Quando gli mandai delle domande mi rispose “molto sinteticamente” come disse lui. Ma le sue risposte mi sono sempre sembrate particolarmente luminose e mi hanno guidata attraverso il tempo. Questa mia breve intervista non fu mai pubblicata. Cito la breve “prefazione” di Luzi alle proprie risposte e in seguito il nostro scambio:
Firenze Natale 1991

Cara Barbara Carle,

Le sue parole mi parlano di una nascente amicizia mi incantano. Rispondo sinteticamente al suo questionario. Troppo sinteticamente, ma abbia pazienza. E intanto mi auguro che il suo lavoro proceda bene e le sia leggero. Le mando un augurio per l’’anno nuovo.

Mario Luzi


Lei ha scritto che “il poeta percepisce per forme”. Costanti in tutta la Sua opera sono la chiarezza e la bellezza, dai contorni sempre ben “incisi”, delle diverse forme poetiche; dai versi “formali” e musicalmente perfetti, ai versi dialogati e privi di lessico simbolista, ai versi “naturali” ma allo stesso tempo intensamente lirici. Si capisce bene che la poesia per Lei è forma. Che cosa distingue la forma (le forme) della poesia da altre forme letterarie?

Riassumerei la risposta in questi termini: la forma della poesia è una forma formante; le altre forme del dire e del sapere sono forme formali.

Qual è la funzione della poesia? Crede nella poesia “engagée”?

È una contesa ininterrotta per la luce a partire dall’ombra o dalla penombra. Non c’è luogo per altri momentanei e parziali combattimenti.

Condivide la visione di Dino Campana a proposito del passato letterario? Anche Lei nega “la filosofia implicita del detronizzamento”? (Al di qua e al di là dell’elegia)

Non vedo rapporti tra le mie ultime raccolte e il poème en prose. Ma è vero che tendo a portare anche alcuni procedimenti della prosa alla temperatura della lirica. La ricerca ideale è di una lingua assoluta, in cui sia inutile fare distinzioni tra prosa e poesia.

La critica ha insistito molto sulla grande rottura nella Sua poesia con Primizie del deserto, Onore del vero e Dal fondo delle campagne. E Lei stesso ha scritto sulla necessità di “rompere il duro filamento d’elegia”, cioè di passare da un limbo petrarchesco a un inferno (“Magma”) dantesco. Questa distinzione è basata sulla premessa che esista una poesia che nega la realtà e un’altra che è aperta al mondo esterno. Si possono distinguere mondo esterno e condizionamento storico e ideologico? La realtà è un’esperienza complessa che ci sfugge continuamente. Com’è possibile afferrarla attraverso la poesia o la prosa? È possibile aprirsi, soprattutto oggi, alla realtà? Quella dominata ormai dai media, sempre più orchestrata e meno reale? Cos’è la realtà per Lei?

La realtà non è un dato, ma una conquista continua. Noi dobbiamo continuamente definire quello che è nostro, reale, e rifiutare ciò che lo era e non lo è più. È l’azione della poesia, questa, di definire il reale.

Passando dal “limbo petrarchesco” al “magma dantesco” ha abbandonato del tutto la tecnica petrarchesca o solo le implicazioni filosofiche del suo “paradiso”? C’è una distinzione tra i mezzi tecnici (lessico, versi, metro) e gli effetti filosofici di essi?

Non ho rinnegato niente. Solo che il molteplice della nostra era culturale ha vinto sull’uniforme della monodia sovrana di Petrarca.

Quindi la poesia può essere dantesca e petrarchesca allo stesso momento? Ho quest’impressione mentre leggo alcuni testi stupendi Dal fondo delle campagne (“Le petit montagnard”, “Api”, “Il duro filamento”)

Forse le cose staranno come dice Lei.

Che cosa Le hanno dato testi valéryani come “Fragments du Narcisse”, “La jeune Parque”, e certi suoi dialoghi? C’è una vena prosastica e dialogata perfino teatrale nella Sua poesia come nella poesia di Mallarmé, che di solito viene considerata poesia chiusa al mondo. Quale dei due poeti Le sembra più valido adesso?

Valéry divaga splendidamente, ma Mallarmé drammatizza, pone dalle basi il problema della poesia. Ho molto contrastato con il secondo. E gli devo molto.

Valéry ha scritto a proposito della composizione di “Le cimetière marin” che cominciò a scrivere a partire da una struttura vuota, cioè uno schema ritmico, e che questo ritmo gli dettò il testo. Lei ha mai composto in questo modo? Ci sono dei suoni o parole che Le sono particolarmente cari?

Certo, ogni poeta ha le sue “riserve” privilegiate. Ma non ho mai cominciato a comporre dal recipiente.

Alcuni critici, come Giorgio Morelli e Lisa Rizzoli pensando a libri come il suo splendido Avvento notturno, hanno fortemente criticato una tendenza dell’ermetismo a “degenerare nell’individualismo tecnicistico” A me non pare che le cose stiano così. La Sua “maniera” di allora non era affatto individualistica perché era ispirata alla pittura e cercava di significare come la pittura. Cosa ne pensa?

Quello che Lei dice di Avvento notturno a me pare giusto e, in qualche modo, nuovo. I rapporti con la pittura da lei intuiti sono chiari, e, sí, erano coscienti, mi inebriava essere al centro e nel vivo di quel grande discorso di immagini.

L’’ultima risposta di Luzi (sopra) arrivò dopo le altre in una sua lettera del 25 gennaio, 1992. In seguito a questo nostro scambio, andai a trovarlo in Via Bellariva a Firenze l’estate del 1992. Più tardi ebbi la fortuna di vincere il premio Frascati, Sezione “Italo Alighiero Chiusano” (2000), quando lui ricevette il premio alla carriera. Passammo una serata geniale in quell’’occasione. La nostra conversazione epistolare durò fino al 2003.

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