A proposito di strutturalismo. Lucia Busso dialoga con Lorenzo Renzi

Lorenzo Renzi, classe 1939, è una delle figure di maggior spicco della linguistica e della filologia italiane. Si è formato a Padova, nel cui Ateneo ha poi insegnato per oltre quarant’anni svariate materie: Filologia romanza, Lingua e letteratura romena, Teoria e storia della retorica e Lingua e letteratura provenzale. È stato presidente della Società di Linguistica Italiana dal 1994 al 1997.

Lorenzo Renzi è uno dei pochi studiosi che ancora al giorno d’oggi possono essere definiti, senza timore di esagerare, “eclettici”. La sua vastissima cultura e i suoi molteplici interessi si riflettono nelle numerose e fortunatissime opere in campo linguistico, filologico e letterario, tra cui svariati manuali universitari che hanno formato e continuano a formare filologi e linguisti. Tra tutte, scegliamo di ricordarne solo alcune: Grande Grammatica italiana di consultazione, a cura di Lorenzo Renzi, Giampaolo Salvi e Anna Cardinaletti), 3 voll., Bologna, Il Mulino, 1991; Le tendenze dell’italiano contemporaneo. Note sul cambiamento linguistico nel breve periodo, in “Studi di Lessicografia italiana”, XVII, 2000, pp. 279-319; Grammatica dell’italiano antico, a cura di Giampaolo Salvi e Lorenzo Renzi, Bologna, Il Mulino, 2010, 2 voll; Come cambia la lingua. L’italiano in movimento, Bologna, Il Mulino, 2012; Il ‘mio’ Coseriu: Cenni di una biografia in “Oltre Saussure: L’eredità scientifica di Eugenio Coseriu / Beyond Saussure: Eugenio Coseriu’sscientificlegacy”, a cura di V. Orioles e R. Bombi, Firenze, Cesati, 2015.

 

Come sono mutati il rapporto e la dialettica tra linguistica e studi letterari dopo lo strutturalismo, a Suo avviso?

Lo strutturalismo ha richiamato fortemente l’attenzione sulla forma della poesia e dell’opera letteraria in generale. Di questo richiamo c’era bisogno dopo che era stato messo in soffitta l’armamentario tecnico della retorica, deputato un tempo all’esegesi dell’opera letteraria, e dopo che in Italia – ma anche in altri paesi – l’insegnamento di Croce, che pure ha avuto anche effetti positivi, aveva emesso un divieto di esaminare con qualsiasi tecnica possibile l’opera d’arte. Lo Strutturalismo ha suggerito di esaminare come “strutture”, appunto, o come “sistemi” (il termine originario di Saussure) non solo singole poesie o altre opere letterarie, ma anche i “generi letterari”, una realtà di cui il pensiero idealistico aveva spesso messo in dubbio la stessa esistenza. Non solo: l’indagine di tipo strutturale poteva essere applicata, anche se in modo più difficile, alle altre arti: pittura, musica, teatro, ecc., e addirittura ad altri domini di ricerca, come la psicologia, l’antropologia, ecc.
Il cuore dello strutturalismo è però rimasto la linguistica, la disciplina che nel corso del Novecento lo Strutturalismo aveva completamente rinnovato. Con l’indebolirsi dello Strutturalismo in linguistica, anche la sua presenza in altri domini è diminuita o è addirittura scomparsa.

Quali sono secondo Lei (se ci sono) i linguisti dell’ultimo secolo che più hanno influenzato lo studio dei testi letterari e lo sguardo dello studioso verso di essi?

Senz’altro la più grande influenza l’ha esercitata Roman Jakobson, in particolare con il suo saggio Linguistica e poetica, pubblicato in italiano nella raccolta Saggi di linguistica generale (Milano, Ferltrinelli, 1966), ma anche con i suoi studi su singole composizioni poetiche come Les chats di Baudelaire (con Claude Levi-Strauss), sul sonetto Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi di Dante (con Paolo Valesio) e altri. Si è destato allora anche un vivo interesse per la ricerca poetologica di Jakobson negli anni della giovinezza russa e sovietica, per lo Jakobson pre-strutturalista. E si sono letti e ammirati anche gli studi di poetica dei Formalisti russi (Viktor Šklovskij, Vladimir Propp, il fondatore della narratologia, Pëtr Grigor’evič Bogatyrëv, folklorista, Boris Tomaševskij, Boris Ejchenbaum, Jurij Tynjanovecc) e quelli del Circolo di Praga. Quest’opera di ricupero arriva in genere in Italia mediata dagli studi e dalle traduzioni che si facevano in Francia e in qualche caso negli Stati Uniti. Alcuni dei “mediatori” erano a loro volta fonte di ispirazione in Italia, come i franco-bulgari Tzevetan Todorov e Julia Kristeva (che combina strutturalismo e psicanalisi), o come Roland Barthes, che in realtà può essere definito strutturalista solo per una parte della sua produzione, e altri. Anche gli Slavisti italiani hanno fatto la loro parte, e del resto a un certo punto l’Italia sviluppa un “suo” strutturalismo letterario, che però non ha più una base linguistica, ma semiotica. Umberto Eco è un semiotico a livello mondiale, Cesare Segre, Maria Corti, D’Arco Silvio Avalle e altri sviluppano una semiotica letteraria italiana che ha molti echi anche fuori d’Italia. Non c’è stato invece, se non in piccole proporzioni, uno strutturalismo linguistico italiano. I lavori strutturali fondamentali sull’italiano sono stati fatti non da italiani, ma da studiosi ex-jugoslavi, come Žarko Muljačić e Pavao Tekavčić.

Cosa possono imparare linguistica e letteratura l’una dall’altra? Può la filologia fungere da tramite tra queste due discipline?

La questione dei confini delle discipline è molto delicata. Per uno studioso è un segno di ampiezza di vedute far cadere questi confini, o almeno suggerire che vadano superati, e condannare i divieti di invasione di campo. Ma nella prassi scientifica di ogni disciplina, dal momento in cui questa acquisisce dei propri strumenti di ricerca specifici, bisogna conoscerli e saperli usare bene. Viviamo da tempo in un’età della specializzazione, e chi si affaccia su un campo che non è il suo abituale senza possederne i fondamenti è un semplice amatore, un dilettante. È difficile che i suoi risultati siano significativi.
Per venire ai nostri domini di ricerca, la linguistica non si occupa di letteratura, benché Jakobson a suo tempo cercasse di assegnare al linguista anche questo compito, sottraendolo al critico letterario. Effettivamente nell’età dello Strutturalismo si era cercato di mettere a punto degli strumenti di analisi comuni che avrebbero permesso di lavorare in più campi. In realtà provenivano dalla linguistica, ma almeno una loro parte è stata superata col tempo, il che ha provocato la crisi dello Strutturalismo in linguistica e anche nelle altre discipline, in particolare nello studio della letteratura.
A proposito della filologia, Segre, Avalle, Maria Corti, che citavo prima, erano dei filologi espertissimi, però i loro lavori di semiotica letteraria non comunicavano con quelli di filologia. Si può dire che questi studiosi coltivassero due campi diversi, anche se non del tutto eterogenei. È vero infatti che la filologia sta in un certo senso a metà via tra linguistica e letteratura, come lei suggerisce nella sua domanda. Così per es. nell’edizione critica, che è il maggior banco di prova della filologia, il filologo applica delle conoscenze e degli strumenti linguistici a testi che sono spesso letterari. Spesso, ma non sempre: la filologia si applica anche a testi pratici (amministrativi, legali, alle lettere), a testi filosofici, scientifici, ecc. È vero comunque che chi ha lavorato filologicamente su un testo letterario è in una buona posizione per esaminarlo dal punto di vista estetico. Ma il talento filologico e quello critico letterario (o storico letterario) sono dei talenti diversi.

Cosa pensa delle cosiddette “digital humanities”, o informatica umanistica? Possono essere il lasciapassare delle discipline filologiche, storiche e letterarie al XXI secolo con la sua “tecnofilia”?

Senz’altro. Un filologo che non sia esperto di informatica è già da oggi, anzi già da qualche tempo, un anacronismo. Ciò non toglie che ci siano oggi qualche volta dei piani informatici di soluzione di problemi filologici che mi sembrano fantascientifici. Ma questo non è colpa dell’informatica.

Nella seconda parte del secolo scorso si è assistito al passaggio dallo Strutturalismo al Generativismo, ed ora si verifica invece un progressivo abbandono della linguistica chomskiana (ed un parallelo “ammorbidimento” dei principi generativisti) in favore di teorie più cognitivamente plausibili, che recuperano molti dei concetti già enucleati dallo strutturalismo. Lei, che ha avuto modo di incontrare e conoscere alcuni dei più grandi personaggi della linguistica del XX secolo, cosa pensa di questo parziale recupero della tradizione strutturalista?

È molto difficile dire come stanno le cose oggi, e io non mi azzardo a fare una sintesi delle tendenze in atto. La linguistica generativa mi sembra però sempre in auge, ma bisogna precisare che già dai suoi inizi, diversamente dallo Strutturalismo, non ha preteso di estendere i suoi metodi alla letteratura. Lo strutturalismo peraltro ha lasciato un’eredità benefica nella analisi letteraria, così come si pratica oggi. Questo avviene particolarmente nelle “letture ravvicinate” (close reading) di testi, così come viene praticata dai migliori critici stilistici in Italia. Certo alcuni aspetti dell’analisi stilistico-letteraria non mostrano più la loro origine strutturalista, sono stati per così dire perfettamente assimilati, fanno parte della routine critica, ma credo che non potrebbero esistere se a loro tempo non avessero attinto allo strutturalismo. Penso alla ricerca di regolarità, di simmetrie, o al contrario di differenziazioni e opposizioni (“opposizione” è un termine tecnico della fonologia strutturale) in un testo, o alle volta anche nella caratterizzazione di correnti o scuole letterarie. Lo strutturalismo non è certo la sola fonte di ispirazione della scienza della letteratura. Ne esistono molte altre, come la psicanalisi (forse oggi meno utilizzata che nel passato recente), o l’antropologia culturale nelle sue varie declinazioni: lo studio dei simboli, dei riti, o anche la vecchia retorica, che ha mostrato di essere capace di rinascere dopo un’eclissi di un secolo.
Le considerazioni di ordine storico generale, poi, stanno sullo sfondo, ma sono imprescindibili per la comprensione di un’opera letteraria. Sarebbe possibile illustrare il “Cantico delle creature” o l’opera di Jacopone senza la storia del Francescanesimo, o senza essere medievalisti? o Virgilio senza conoscere l’età augustea?
Dobbiamo specializzarci, sì, ma cercare anche sempre di … sapere tutto.

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