L'arte del tradurre

Maristella Petti intervista Bruno Arpaia

Bruno Arpaia è un giornalista, scrittore e traduttore italiano. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze politiche (specializzazione in Storia americana) ha intrapreso l’attività giornalistica. Ha fatto parte della redazione de “Il Mattino” fino al 1989, quando si è trasferito a Milano ha iniziato la collaborazione con “La Repubblica” (conclusasi nel 1998). Nel 1990 è uscito il suo primo romanzo, I forestieri, vincitore del Premio Bagutta Opera Prima. Tra le altre pubblicazioni: Il futuro in punta di piedi (1994), Tempo perso (1997), L’angelo della storia (2001), Il passato davanti a noi (2006), L’energia del vuoto (2011), finalista al Premio Strega 2011, La cultura si mangia! (con P. Greco, 2013), Prima della battaglia (2014) e Qualcosa, là fuori (2016). Arpaia ha inoltre tradotto le opere di scrittori spagnoli e latinoamericano quali C. Ruiz Zafón, J. Ortega y Gasset, C.J. Cela, P.I. Taibo II e G. García Márquez. È consulente editoriale e collaboratore de “Il Sole 24 ore”.

 

Di fronte a un professionista poliedrico come lei, la prima domanda che sorge spontanea è: qual è la sua propria percezione di sé? Preferisce più occuparsi di giornalismo, romanzi o traduzioni?

La verità? In tutti questi campi, mi sento come un dinosauro che si occupa di cose in via di estinzione… Sono tempi duri per l’editoria e il giornalismo. E tuttavia, mi piace ancora moltissimo scrivere articoli (quando te lo lasciano fare come si deve) o tradurre (specialmente autori che amo e ammiro). Però quando riesco a lavorare ai miei romanzi (e non sempre mi è possibile) mi sento davvero realizzato. È quello che ho sempre voluto fare, da quando, a diciott’anni, lessi Cent’anni di solitudine

Queste tre sfumature della carriera di scrittore riportano tutte in qualche modo a una zona d’ombra: il giornalista deve essere imparziale, il romanziere realizza una costruzione narrativa dell’io, il traduttore non deve lasciare traccia. In quale di questi ruoli possiamo venire meglio a contatto con il vero pensiero di Bruno Arpaia?

Non sono completamente d’accordo. Non credo molto a un giornalismo “imparziale”: della realtà, vediamo soltanto quello che siamo preparati a vedere, e ogni sguardo è diverso, condizionato dalle nostre esperienze. Penso, quello sì, che il giornalismo debba essere “onesto”, raccontando ciò che si vede, anche se non ci piace. Non credo nemmeno che il romanzo sia una costruzione narrativa dell’io. Chi scrive romanzi, anche se sembra strano, almeno quando scrive deve avere un “io” piuttosto debole, tendente quasi a scomparire, altrimenti non si è riesce a dare voce al “noi” che deve parlare in ogni buon romanzo. Quando si traduce, questo indebolimento dell’Io è ancora più importante, anche se un traduttore non è un mero traspositore da una lingua a un’altra, ma una sorta di mediatore culturale. Detto ciò, è evidente che c’è più Bruno Arpaia mei miei romanzi che altrove. Come diceva Mario Vargas Llosa, ogni romanzo è una sorta di strip tease al contrario: lo scrittore parte nudo, con le sue esperienze, le canzoni che ha ascoltato, i libri che ha letto, gli amori e i dolori che ha attraversato, e poi, via via, ricopre quella nudità con gli strumenti tecnici e le necessità della storia che sta raccontando. Alla fine del romanzo è vestito, ma è sempre di sé che in fondo sta parlando.

Traducendo dalla lingua spagnola, si trova a che fare sia con l’area letteraria spagnola che con quella latinoamericana. Può darci un’opinione sul peso delle due letterature nell’interesse del mercato editoriale italiano?

Purtroppo anche nel mercato editoriale ci sono le “mode”: nel corso dei decenni ho assistito a molti alti e bassi della letteratura spagnola e di quella latinoamericana (ammesso e non concesso che esista una letteratura “latinoamericana”…) nel nostro mercato. Di solito non corrispondono mai a un reale fermento o a un momento di stanca di quelle letterature, ma, come tutte le mode, quegli alti e bassi sono spesso legati a fenomeni effimeri, non sostanziali. Ciò non toglie che spesso abbiano successo anche in Italia scrittori davvero di valore.

Come traduttore di autori contemporanei, crede che la possibilità di un dialogo con l’autore dell’opera originale sia indispensabile alla risoluzione di alcune problematiche di traduzione? O crede, invece, che il traduttore debba cavarsela autonomamente?

La mia, personalissima, “filosofia” è quella di cercare di rompere le scatole il meno possibile agli autori che traduco, se non in casi davvero eccezionali, anche quando si tratta di miei cari amici. Succede anche a me quando i miei romanzi vengono tradotti all’estero e i colleghi stranieri mi chiedono lumi. Non dico assolutamente che sia una seccatura, anzi: un libro è sempre come un figlio che vorresti mandare in giro per il mondo nelle migliori condizioni; ma certamente bisogna impiegare molto tempo a spiegare, precisare, limare, appurare se in quella lingua eccetera eccetera… Tuttavia, anche questa intenzione di non disturbare l’autore non è un dogma: in casi davvero irresolubili, o che mi paiono tali, non esito a ricorrere all’interlocuzione con l’autore.

Tra i suoi romanzi, sono particolarmente legata a Il passato davanti a noi (Guanda, 2006), che attraversa la formazione di un gruppo di ragazzi durante gli anni ’70. La storia rende perfettamente l’interconnessione tra il personale e il sociale, tratto distintivo di quell’epoca che oggi risuona tra le moderne generazioni come utopica e sbagliata, ma che è stata motivata da profondi ideali (oggi scomparsi in un mare ancor più profondo di apatia). Cosa è successo, secondo lei, da allora in Italia? Cosa si è rotto a livello di principi?

Da allora a oggi si è persa completamente la capacità di dire “noi”, di ragionare in termini collettivi. Un po’, come dico in quel romanzo, è colpa anche della nostra generazione che, dopo la sconfitta, è piombata nell’afasia, non ha saputo fare “tradizione”, raccontare le proprie esperienze in modo che le generazioni successive potessero decidere cosa conservare e cosa rifiutare. Alle generazioni che sono venute dopo abbiamo lasciato un vuoto, che il berlusconismo si è affrettato a riempire. Ci sono voluti trent’anni perché comparissero i primi romanzi e i primi film sugli anni Settanta. Così, oggi non si fa altro che ripetere “io, io, io”, senza pensare mai al “noi”, eppure la nozione di individuo non è “naturale”, è un’idea recente; prima dell’Illuminismo nessuno pensava a sé stesso in termini individuali, ma come parte di una comunità, di una società. E i grandi problemi del mondo non si possono affrontare in termini individuali, senza passioni collettive, senza un’idea di futuro, imprigionati nel presente. È questo che ci manca oggi, è questo che produce l’apatia di cui parla lei, la palude in cui molti di noi si sentono immersi.

Proprio a cavallo degli anni ’70, il Sud America viene colpito da vicende che lo immettono come emblema nella visuale della politica militante italiana. Mi permetto un’insinuazione del tutto aleatoria: è forse per questo, per un’affinità di ideali con l’America Latina resistente, che si è avvicinato alla traduzione?

La verità è che nella lingua spagnola (e in Spagna e nell’America latina) mi sono sempre sentito a casa, non ho mai avvertito alcuna distanza. Tant’è che non l’ho mai studiata ufficialmente, sono un completo autodidatta. È anche vero, però, che la mia base lessicale originaria sono state le canzoni degli Inti Illimani, che imparavo a memoria perché dovevo cantarle nel gruppo musicale di cui all’epoca facevo parte. Per me il colpo di stato in Cile è stato come un dito che mi toccava direttamente, anche a quindicimila chilometri di distanza. Poi mi sono laureato con una tesi sui rapporti fra il potere e la letteratura nell’America latina, e da lì è stato abbastanza naturale passare alla traduzione, al ruolo di “ponte” tra realtà culturali diverse, ma anche per alcuni aspetti molto simili. E continuo a fare da ponte con grande piacere da quasi quarant’anni…

 

 

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