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Sejon Veshaj intervista Diego Ameixeiras

Diego Ameixeiras nasce a Losanna nel 1976, ma studia e cresce in quella che è la sua ‘vera’ città natale, Ourense. Ha all’attivo diverse opere di genere noir che hanno ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Con il suo terzo romanzo Tres segundos de memoria (2006) è vincitore del Premio Xerais. Nel 2009 pubblica Dime algo sucio ed un anno dopo Asasinato no Consello Nacional, con i quali ottiene ottime risposte in termini di vendite e critica, nonché diverse traduzioni. Negli anni successivi pubblicherà Historias de Oregón (2011), toponimo letterario per Ourense, Todo ok (2012) e Matarte lentamente (2013). Nel 2014, con Conduce rápido, vince il Premio Losada Diéguez come migliore creazione letteraria nel 2015. Gli ultimi romanzi dello scrittore galego sono A noite enriba (2015) e, uscito da poche settimane, A crueldade de abril (2018).

È inoltre necessario segnalare le sue collaborazioni come sceneggiatore per il teatro, tra le quali spicca l’opera Curriculum vitae (2013), e per la televisione, con alcune serie televisive che in Galizia hanno riscosso un buon successo (Terra de Miranda, Os Atlánticos, Matalobos). È risultato vincitore del Premio Mestre Mateo come cosceneggiatore con il lungometraggio 18 comidas nel 2010 e per María y los demás nel 2017.

Attualmente è giornalista de La Voz de Galicia e risiede a Santiago de Compostela, dove ha rilasciato la seguente intervista, che riguarda soprattutto la sua opera Dime algo sucio e la sua traduzione italiana del 2013 (Dimmi qualcosa di sporco, Pulpbook).

 

I tuoi romanzi sono caratterizzati da uno stile diretto, senza veli, a volte semplice e altre più ricercato, soprattutto quando racconti l’ambiente circostante e analizzi le varie personalità dei protagonisti. A tale proposito, esiste un autore letterario a cui ti sei ispirato per lo sviluppo delle tue narrazioni?

Tutti abbiamo uno scrittore o una scrittrice a cui ci ispiriamo o a cui tendiamo ad assomigliare. In Dimmi qualcosa di sporco ho deciso di dare un tono diverso ai miei romanzi, con un stile più freddo e diretto e, anche se a prima vista può sembrare un romanzo “semplice”, in realtà dietro c’è stato un lavoro molto minuzioso e attento ai dettagli. Ogni frase è stata studiata per non disperdere l’attenzione del lettore durante il racconto. Sono sempre stato un avido lettore di romanzi noir; amavo particolarmente scrittori come Johnson o Julián Ibañez, che è stato un autore dei grandi classici del noir spagnolo anche se non arrivò mai alla fama di scrittori come Juan Madrid o Andreu Martín. Apprezzavo molto anche lo stile del Polar Francese degli anni ’60 e ’70, con uno stile più distaccato nella narrazione. Ecco, forse sono stati questi autori il punto di ispirazione per l’inizio della mia produzione.

 

In Dimmi qualcosa di sporco sviluppi una prosa curata nei minimi dettagli, quasi “fotografica”, fino a descrivere in maniera minuziosa la routine dei vari personaggi, i bar, le strade e i diversi quartieri di Ourense, quasi accompagnando il lettore in un percorso di riconoscimento di una città apparentemente sconosciuta. Qual è il tuo scopo nel voler guidare lo sguardo del lettore in questo modo?

Quando decisi di scrivere questo romanzo ero già consapevole di volerlo ambientare nella mia città. Volevo far sì che anche il mio racconto andasse ad integrarsi in quella specie di corrente narrativa che ha fatto di Ourense la città più letteraria e romanzata della Galizia. La prosa moderna in galego nasce grazie a vari scrittori che tra fine XIX secolo ed inizio XX secolo iniziarono ad usare la città come sfondo per le loro trame, sin dai pionieri nel XIX secolo, per poi passare ai grandi autori del XX secolo come Otero Pedrayo ed Eduardo Blanco Amor con il suo capolavoro A Esmorga, che per me come per molti altri scrittori, è senza dubbio l’opera letteraria più importante nella storia della Galizia. Per questo motivo ho voluto assegnare un ruolo di primo ordine alla città, descrivendola minuziosamente fino al punto da farla sembrare attiva, sovrastando in alcuni frangenti anche gli stessi personaggi, che a tratti sembrano delle formiche impigliate in questa grande ragnatela che è la città. Ho sempre pensato che Ourense potesse adattarsi bene a questi schemi, oltre al fatto che essendo la città in cui sono cresciuto, ho sempre avuto il desiderio di voler trascrivere letterariamente lo spazio fisico in cui mi muovevo.

 

Parlando sempre della città, ribattezzi Ourense in Oregón. Dietro a questa scelta si cela un riferimento diretto o una sorta di omaggio al mondo noir statunitense, o si tratta di qualcosa di più puramente personale?

Semplicemente, quando ero bambino ascoltavo le persone adulte riferirsi spesso ad Ourense con il termine Oregón. Era una sorta di neologismo, un voler dare un’altra personalità alla città, un “travestimento”. Questo aspetto mi ha da sempre affascinato perché evocava in me l’idea che la città avesse due personalità completamente differenti, una diurna, Ourense, dove tutto è in ordine e tutto scorre in maniera piatta, e un’altra, Oregón, buia e misteriosa, dove tutto è più tragico e ricco di avventure. Credo che ognuno di noi sviluppi una parte più formale, rigorosa ed una parte invece più scura, incosciente. Nel mio romanzo ho voluto dar sfogo a questa seconda parte. Inoltre già in passato molti scrittori hanno ribattezzato Ourense con altri nomi, come per esempio Blanco Amor in A Esmorga utilizzando “Auria”. Anche per questi motivi ho deciso di porre alla città un mio neologismo, aggiungendo un tocco personale.

 

Il ritmo delle tua narrazione costringe il lettore a soffermarsi nella lettura e a concentrarsi sula sovrapposizione di storie che presenti.  È un tipo di narrativa che avevi già sperimentato in precedenza oppure può considerarsi  una novità di questo romanzo?

Sì, è vero, anche se il romanzo è scritto in maniera chiara e semplice chiedo al lettore un po’ di pazienza, soprattutto all’inizio. È un romanzo che può creare confusione nel lettore fino a quando le varie storie non iniziano ad intersecarsi in un certo modo. Può sembrare che non ci siano relazioni tra i vari capitoli fino a quando non vengono smascherati i vari vincoli e legami che ci sono tra i personaggi. In questo credo di poter affermare che il romanzo sia stato ben strutturato; il mio intento era far sì che l’attenzione del lettore aumentasse con il passare delle pagine senza arrivare mai al punto in cui lo stesso lettore per via magari delle molte storie presenti, potesse in qualche modo voler “fuggire” dalla lettura per via della sua complessità. Mi piace pensare che in un certo senso stabilisco un patto con il pubblico, in base al quale, dopo aver richiesto pazienza e riflessione all’inizio del romanzo, con il passare dei capitoli restituisco il favore, ricompensando tale pazienza con storie avvincenti ed intriganti.

 

Analizzando i protagonisti, ci scontriamo con persone “normali”, abitudinarie, con i lori problemi, amori e vite parallele, in uno sfondo costante di desolazione. Quanto di ciò che racconti riflette l’ambiente in cui vivi realmente?

Credo che nel mondo odierno la società sia in continua evoluzione. L’argomento principale del romanzo riguarda la mancanza di comunicazione e la solitudine. Ánxela, la protagonista, vuole esternare in qualche maniera la sua sofferenza e non è che non riesca a trovarne il modo, bensì non è in grado di farlo, di gestire interiormente la situazione. Soffrire la fine di un rapporto sentimentale è occorso a molte persone, ma il modo “selvaggio” e violento con cui si affrontano nel libro questi problemi riflette il mancato aiuto della società in cui viviamo, che non ha tempo per ascoltare i nostri problemi e non lascia esternare i nostri sentimenti. In questo senso mi sento di dire che grande responsabilità va addossata ai social network, che nonostante all’apparenza sembrano poter permettere un’ampia comunicazione tra le persone, alla fine dei conti non sono altro che luoghi in cui sfocia un puro esibizionismo personale, che non comunica nulla di profondo. Questo può portare quindi allo svolgersi di azioni violente come quelle che appaiono nel romanzo. Possiamo inoltre assistere ad altre dure condizioni morali e sociali, come per esempio la mancata integrazione che soffre uno dei personaggi (il venditore ambulante). Quando l’assenza di comunicazione e la solitudine si mescolano con il delitto e la patologia sessuale, appaiono persone che pensano di potersi appropriare di altri individui e credo che sfortunatamente oggigiorno questo accada molto più di quello che noi pensiamo.

 

I momenti di tristezza, solitudine e monotonia vengono a volte interrotti da attimi di euforia ed eccitazione nei quali si ha la sensazione che i personaggi desiderino evadere da questa condizione opprimente. Pensi che esista un modo per sfuggire a questo circolo vizioso, e chi tra i protagonisti del romanzo incarna al meglio questa condizione dialettica fra rinuncia e desiderio?

Credo che, con le dovute proporzioni, il romanzo contenga un finale “felice”. Ánxela, per esempio, compie un profondo viaggio interiore nel tentativo di uscire da questo circolo vizioso. Penso che nella società ci sia una dose di malvagità astratta, come possiamo vedere in alcuni personaggi del romanzo, di cui a prima vista nessuno avrebbe sospettato ma che alla fine si rivelano criminali, pedofili, ecc.; persone che nella realtà possono vivere vicino a noi. Detto questo, mi piace pensare che tra la gente esista anche bontà, ottimismo ed altruismo e in un certo senso, possiamo vedere riflesse tutte queste altalene di emozioni e voglia di non arrendersi in Ánxela. Lei è la figura cardine nel libro e alla quale forse si deve anche il titolo oltre allo sviluppo della storia stessa. La mia idea di partenza è stata quella di costruire un personaggio, in questo caso una donna, che a partire da una rottura sentimentale ha bisogno di ritrovare se stessa e lì ho avuto “l’illuminazione” con l’immagine di Ánxela mentre si spoglia davanti ad uno sconosciuto, ed è stato los spunto a cui afferrarmi per strutturare il resto della storia.

 

In questo romanzo, ma anche in altri come Matarte lentamente o Conduce rápido, riservi particolare attenzione al mondo adolescenziale. Pensi che sia proprio questa delicata fase della vita, tra malizia e innocenza, ad attrarre maggiormente il mondo adulto?E può determinare una conseguente condizione di violenza psicofisica tra uomo e donna?

Questo per me è stato un argomento abbastanza “spinoso” e delicato da affrontare nel romanzo in quanto non volevo risultare sgradevole e crudo agli occhi dei lettori. È stato difficile immedesimarsi nei personaggi con questi tipi di “perversioni” perché suppone mettersi nei panni di chi commette una forma di delitto considerata come la più ripugnante (abuso sessuale di minori). Quando è giunto il momento di narrarlo, ho provato in qualche modo a comprendere il perché una persona possa arrivare a tale violenza e quindi mostro come questi personaggi convertono le loro vittime in oggetti su cui scaricare i loro traumi: lo scorrere del tempo, la nostalgia della gioventù, bassa autostima ecc. In qualche modo ho provato a dare una visione poetica della gioventù, per esempio con i personaggi di Cady e Laura, che affascinano il mondo adulto, ma quando si passa dalla semplice nostalgia a volersi appropriare fisicamente di questa gioventù si compie un passo verso la patologia mentale e verso il delitto, tematiche che sono riuscito ad inserire nel libro mettendomi nei panni anche dell’altra parte in questione, quella di una ragazza in piena fase adolescenziale, come Cady, che fa abuso della sua sessualità non vedendo il pericolo in cui si imbatte, davanti agli occhi malati e carichi di odio della società che la circonda.

 

Passando invece a questioni relative al genere noir, in Spagna si è assistito al successo di questo genere negli ultimi decenni. Come giudichi e a cosa si deve questo cambio di tendenza?

Io credo che più che di forte sviluppo si possa parlare di una strategia da parte delle case editrici nel voler farci credere che in determinato periodo piuttosto che in un altro si assiste a un “boom” del noir spagnolo. C’è più offerta che mai, questo è vero, e sono sempre di più gli scrittori che si cimentano nel genere, ma sinceramente non credo che ci siano molte differenze tra il noir attuale e quello precedente; una di queste e forse la più importante risiede nei numerosi festival ed incontri letterari sorti negli ultimi anni che hanno permesso al noir di raggiungere molte più persone. Detto questo, penso però che i veri appassionati del genere non hanno mai diminuito il loro interesse e la loro voglia di noir, da Chandler e Hammett sino ad oggi.

In merito alla traduzione, Dime algo sucio è stato il tuo primo romanzo che è stato tradoto in castigliano, in italiano, in catalano ed in tedesco. Quale sono state le ragioni che ti hanno spinto a tradurre il romanzo? Credi che oggigiorno si possano ottenere benefici espandendosi letterariamente e linguisticamente in altri paesi?

Anche se la traduzione è stata ideata dalla casa editrice Rinoceronte, solo grazie ad un’altra casa editrice, la Pulp Books, che si caratterizza per la promozione di scrittori galiziani fuori dalla nostra regione, ho avuto la reale possibilità di tradurre il romanzo in castigliano e successivamente in altre lingue. Mi è sembrata fin da subito un’ottima idea, avendo l’opportunità di poter così partecipare a numerosi festival letterari, tra cui quello di Gijón e di Barcellona, durante i quali ho potuto verificare come venisse accolto questo romanzo che in principio era stato scritto solo per il pubblico galego. Da lì ho iniziato quindi a tradurre altre opere in castigliano, come Conduce rápido e Matarte lentamente. Credo che un romanzo possieda una “doppia vita” una volta tradotto in un’altra lingua.

 

Analizzando la relazione politica e commerciale che vige oggi tra galego e castigliano, pensi che il peso della lingua maggioritaria domini questo dualismo? Potrà un giorno il galego paragonarsi al castigliano ed attrarre tanto pubblico come avviene nelle varie lingue maggioritarie?

La vedo dura. Innanzitutto per quanto riguarda la politica interna dello stato spagnolo, che, secondo me, mal sopporta la forte diversità culturale all’interno dei suoi territori. C’è un’identificazione errata della Spagna esclusivamente con ciò che è castigliano. Ci sono molti scrittori spagnoli che utilizzano lingue differenti dal castigliano nelle proprie produzioni, come il galego, l’euskera e il catalano, e a meno di una traduzione al castigliano, possono considerarsi invisibili fuori dai propri ambiti linguistici. Credo che solo il giorno in cui andrò in una libreria di Madrid e vi troverò la stessa percentuale di libri in castigliano, galego, euskera e catalano, potrò pensare di vivere in un Paese che ha accettato in maniera naturale la sua diversità; ma questo è un fatto che oggi non sussiste. C’è una lingua che sovrasta le altre in tutti i settori e questo influisce in maniera decisiva quando un autore decide di scrivere un libro. La letteratura castigliana non conosce minimamente quello che viene prodotto in Galizia o nei Paesi Baschi, e questo è dovuto alla mancanza di comunicazione. Può succedere che uno o due scrittori vengano in qualche modo accettati all’interno della cultura castigliana e questo provoca il fatto che molte volte per noi scrittori sia difficile presentarsi come scrittori “normali”. Nelle interviste o negli incontri letterari finisce per essere considerato quasi come un “portavoce” della tua situazione linguistica senza volerlo. Io scrivo in galego semplicemente perché è la mia lingua naturale e la lingua che ho da sempre parlato in casa, e non perché voglia trasmettere un messaggio particolare. Purtroppo però, questa mancanza di comunicazione avviene non solo tra galego e castigliano ma anche tra le varie minoranze linguistiche, creando un vuoto culturale sempre più grande.

 

La traduzione e la circolazione all’estero delle tue opere così come di quelle di altri scrittori galeghi, può favorire l’espansione del galego come lingua letteraria e allo stesso tempo fornire maggiori notizie riguardo alla realtà linguistica e culturale che vive la Galizia?

Lo spero vivamente, a partire già dallo stesso territorio galego. All’interno della nostra regione quasi il 50% è galego-parlante. La lingua però è poco presente in ambito culturale, e questo non possiamo permettercelo, nel senso che, dovremmo fare qualcosa in più per difendere il nostro idioma. Questo significa avere all’interno delle nostre librerie la stessa percentuale di libri in galego e castigliano, così come anche i periodici e altri mezzi di comunicazione. Detto ciò, è vero il fatto che letterariamente parlando, noi scrittori galiziani stiamo vivendo un buon momento grazie soprattutto agli aiuti che ci forniscono le case editrici che ci permettono di creare opere da tradurre poi in castigliano, e di essere così conosciuti anche fuori dai nostri confini regionali. Quello che manca sono i lettori…

 

Scarica l’intervista in spagnolo (PDF)

Sejon Veshaj entrevista a Diego Ameixeiras_esp

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