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Parole in cammino, da Cassino a Siena le vie della lingua e delle lingue d’Italia. Giulia Falistocco intervista Massimo Arcangeli

Dal 6 all’8 aprile Siena ospiterà la seconda edizione del “Festival dell’Italiano e delle lingue d’Italia”. Anche quest’anno saranno presenti ospiti prestigiosi, tra cui spiccano i nomi di Corrado Augias, Carlo Freccero, Aldo Cazzullo e Matteo Renzi. Massimo Arcangeli è il fondatore e il direttore artistico del Festival. È linguista, sociologo della comunicazione, critico letterario, garante per l’Italianistica nella Repubblica Slovacca. Insegna Linguistica italiana e Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Cagliari dove è stato, dal 2008 al 2010 preside della Facoltà di Lingue e Letteratura Straniere. Nel 2010 è divenuto responsabile mondiale del progetto PLIDA della Società Dante Alighieri, incarico coperto sino al 2013.

Quando e perché nasce il Festival?
Nasce dall’esigenza di creare un grande festival della lingua italiana, visto che in passato c’era stato solo qualche piccolo esperimento. L’italiano è una lingua che negli ultimi anni, ci tengo a ricordarlo, ha ricevuto una grande attenzione dai media sotto vari aspetti, anche se solo in relazione alle componenti sensibili del suo utilizzo. La prima motivazione è stata pertanto la mancanza di un grande festival della lingua italiana.
La seconda è stata l’idea di costruire un percorso che coinvolgesse la lingua dell’Italia centrale, dal momento che proprio qui ha avuto luogo l’elaborazione della lingua, della cultura e della letteratura italiana delle origini. Contemporaneamente avevo creato un festival a Cassino: partendo dalla città del famoso placito – tutti ricordiamo dai tempi della scuola il «Sao ko kelle terre» – la mia idea era quella di costruire un percorso che giungesse idealmente in Toscana. Nel 2017 inoltre si festeggiava il centenario dei primi corsi promossi dall’Università per gli stranieri di Siena: c’erano quindi tutti gli ingredienti giusti perché si potesse pensare a un percorso dedicato all’italiano. Infatti dall’asse Cassino-Siena sono nati altri festival o sono stati ampliati altri già esistenti. Grazie alla cultura benedettina, ancora oggi si può ammirare questo cammino nell’Italia centrale nei suoi snodi e percorsi. Si tratta ovviamente di un festival della lingua italiana che punta all’attualità, senza dimenticare quello che rappresenta la tradizione letteraria dell’italiano e delle altre varietà linguistiche che caratterizzano la nostra penisola.

M’incuriosisce molto quest’ultimo punto, in relazione al titolo: Festival dell’italiano, ma anche delle lingue d’Italia. Cosa si intende per lingue d’Italia?
La questione è molto complessa visto che spesso contrapponiamo la lingua normativa ai dialetti, e ancora più spesso capita di attribuire una connotazione negativa ai dialetti, come se fossero realtà linguistiche inferiori. Ed è stato così per tantissimo tempo. In realtà la nostra penisola gode di tanti secoli di elaborazione dialettale, affidata spesso a lingue letterarie nobilissime: basti pensare a Belli per Roma, o Porta per Milano. Quindi si può essere autorizzati a pensare ai nostri dialetti, soprattutto quando sono sostenuti da una tradizione letteraria così importante, come a vere e proprie lingue. Per questo si è specificato lingue d’Italia, salvo poi aggiungere che l’italiano convive con altre lingue vere e proprie, disseminate lungo tutta la penisola. La scelta del titolo è, perciò, motivata da questa idea di plurilinguismo, un motivo di vanto per il nostro paese, del quale non dobbiamo mai dimenticarci. Nonostante la presenza della lingua normativa, esiste una grandissima varietà di lingue che forse non ha uguali in nessun’altra parte del mondo.

Il Festival perciò nasce da una mancanza, o concorrono anche altre ragioni? Magari di carattere sociale riguardo alla diffusione della lingua italiana oppure ai dialetti?
Rispetto ai dialetti bisogna dire che non sono morti, ma vivi. Sebbene siano più contaminati rispetto a venti o trent’anni fa, stanno nascendo tante correnti musicali dal nord al sud della penisola che utilizzano il dialetto. Moltissimi giovani lo scelgono per alimentare le loro canzoni. Anche se i dialetti non risultano più fissi come un tempo, non sono di certo in crisi. Quanto all’urgenza sociale non l’avverto, eccetto forse quella di segnalare la prepotenza dell’inglese. Se avessimo una maggiore attenzione per la nostra lingua, magari potremmo anche evitare di utilizzare decine e decine di inglesismi totalmente inutili. Ma forse neanche questo è il problema. Le lingue circolano e viaggiano, l’inglese stesso contiene almeno un cinquanta per cento di parole che sono di origine romanza. Quindi non ci deve spaventare il fatto che oggi l’inglese, ieri il francese, possano influire sull’evoluzione linguistica del nostro paese.
La cosa più importante è esaminare la qualità della lingua che utilizziamo. Parlando della qualità o della percezione della profondità di tanti aspetti linguistici che coinvolgono l’italiano, possiamo essere concordi sul fatto che ci sia qualche segnale preoccupante. Dobbiamo recuperare i significati più che le parole. Moltissime parole infatti sono spesso svuotate del loro significato, perché vengono utilizzate in modo superficiale. Questo vale per parole importanti come giustizia, libertà e democrazia, ma anche per quelle di uso più comune che dovrebbero avere maggiore diffusione per garantire ricchezza nei nostri modi espressivi, soprattutto a livello scritto. Perciò, varrebbe la pena di insistere su quelle migliaia di parole colte che si usano sempre meno tra i giovani, perché non le comprendono più.

Addentriamoci nell’organizzazione del Festival. Che struttura ha e com’è organizzato?
Come l’anno passato, il Festival è strutturato in sezioni e quest’anno quelle che abbiamo individuato sono principalmente tre: i linguaggi della scienza e della tecnologia, i linguaggi di genere, e la lingua della Costituzione, visto che ricorre il suo settantenario. Sono tre macroaree, affrontate dai nostri ospiti in maniera flessibile.

Per quanto riguarda gli ospiti, c’è una grande varietà dal campo accademico a quello giornalistico. Come vengono scelti?
Esatto, è proprio questa la varietà la modalità con cui li scegliamo. Ogni ospite si deve impegnare per rendere il proprio intervento il più fruibile possibile. Trattandosi di un festival e non di una conferenza, l’accademico deve essere consapevole del fatto che si sta rivolgendo a un pubblico generalista, che potrebbe non comprendere appieno il suo lavoro ordinario. Il programma del festival è composto da professori, giornalisti, persone dello spettacolo e scrittori. Anche quest’anno abbiamo cercato di rappresentare quante più categorie possibili, proprio perché all’interno di un festival non può mancare la varietà. Riguardo alla gestione degli interventi, gli ospiti quando conoscono la sezione nella quale rientrano, dialogano con l’organizzazione nella più totale libertà: un dialogo che cerchiamo di mantenere vivo nel tempo.

Ci parli degli ospiti di quest’anno?
Abbiamo individuato tanti personaggi, alcuni sufficientemente pop da poter rappresentare qualcosa di diverso. Premieremo due di questi ospiti: Corrado Augias e Carlo Freccero. Altri terranno lezioni, conferenze e laboratori. Aldo Cazzullo, ad esempio, presenterà un bel libro dedicato al rapporto genitori-figli e all’utilizzo del cellulare, mentre Mario Tozzi ci parlerà del linguaggio delle catastrofi. Ci saranno inoltre filosofi come Giulio Giorello che illustreranno i fenomeni legati alla scienza, e tanto altro ancora. Nelle tre giornate del Festival si alterneranno tanti personaggi, mentre in una quarta si terranno laboratori con le scuole. In queste quattro giornate saranno coinvolti i giovani di Siena, ma anche quelli provenienti da altre parti d’Italia, come è già avvenuto l’anno passato. Molti saranno protagonisti di performance e d’eventi.

In cosa consistono i laboratori didattici e che ruolo hanno?
Abbiamo coinvolto molte scuole senesi e quest’anno abbiamo deciso di tenere alcune iniziative da loro. La giornata del 5 aprile è dedicata proprio a una serie di conferenze spettacolo, lezioni interattive e laboratori che realizzeremo presso le scuole: dei nostri ospiti realizzeranno lì i loro laboratori, e poi gli studenti porteranno quanto hanno preparato direttamente sul palco del festival.

La copertina de "Il renziario", a cura di Massimo Arcangeli
La copertina de “Il renziario”, a cura di Massimo Arcangeli

Tra gli ospiti c’è anche Renzi.
Sì la sua conferma di massima è arrivata. Matteo Renzi entra nelle dinamiche del Festival visto che è appena uscito un mio libro su di lui, Il Renziario. Si tratta di un volume al quale hanno partecipato tanti miei giovani allievi, che analizza i vocaboli pronunciati, scritti e adoperati nel corso del tempo da Renzi. Accanto al linguaggio verbale viene trattato anche quello non verbale, i suoi abiti e i suoi gesti. Insomma ne è uscito un ritratto a tutto tondo di Renzi. In due anni di lavoro sono state sbobinate, trascritte e selezionate centinaia e centinaia di parole pronunciate da Renzi.

Riguardo alla politica, qual è il ruolo che dovrebbe avere rispetto alla lingua italiana, soprattutto all’estero?
Non facciamo praticamente nulla per diffondere l’italiano nel mondo. L’Italia non ha una politica linguistica. Ne parlavo qualche giorno fa a Bruxelles, nell’incontro organizzato nell’ambasciata italiana, durante il quale ho espresso la necessità di una nostra politica linguistica, sull’esempio di quella di altri paesi europei come la Spagna o la Francia. Eppure da noi ancora non esiste. Certamente l’Italia ha un ruolo importante nel mondo, ma questo ruolo potrebbe essere ancora più significativo con un’adeguata diffusione dell’italiano.

La politica linguistica può partire anche dal rilancio della letteratura italiana nel mondo o si può legare anche ad altri settori?
Non deve necessariamente partire dalla letteratura. Può essere un elemento nell’insieme, ma non quello base, anche perché la nostra letteratura di questi ultimi anni è molto deludente. Se parliamo invece dei classici, bastano e avanzano i capolavori che si sono generati nel corso dei secoli. Dovremmo puntare su aspetti più funzionali, più attuali e stringenti. Non vorrei dire la solita cucina o la solita moda, ma questi sono settori di cui l’Italia deve andare fiera. Se aggiungiamo la nostra tradizione letteraria e museale, tutto il nostro patrimonio accumulato nei secoli, allora valorizzeremmo un intero paese che ha sempre esportato moltissimo. Oggi esportiamo di meno, visto che la guerra tra le lingue si è fatta molto feroce, soprattutto in zone sensibili come Bruxelles. Dobbiamo fare qualcosa di più per l’italiano, perché perdere posizione in questi settori può significare perdere la nostra centralità.

Una domanda sulla lingua e sul genere. La parità di genere deve passare anche attraverso la lingua, anzi deve partire proprio dalla lingua oppure è una fase successiva?
La parità di genere si deve raggiungere sul campo e non basta rendere femminili i nomi di alcune professioni, come ministra o sindaca. Ad esempio la parola “cancelliera”, che magari fino a vent’anni fa non circolava, oggi con la Merkel è di uso comune. Dobbiamo quindi sforzarci di rendere femminili la maggior parte dei nomi possibili, per quanto alcuni femminili non piacciano neppure alle mie amiche femministe! I modelli grammaticali esistono, e per questo non capisco la resistenza di declinare al femminile “ministra”. Si tratta di una questione che è stata già affrontata e risolta in altri paesi, mentre da noi viene ancora vissuta come un problema. La questione linguistica viaggia parallelamente, perché anche se una professione venisse femminilizzata, non risolverebbe minimamente il problema di genere.

Un’ultima cosa: la lingua cambia o deve essere conservata?
La lingua deve cambiare e cambia indipendentemente da noi, prende le sue strade e non possiamo, soprattutto in questi ultimi anni, pensare di guidarla. Gli addetti ai lavori possono certamente indicare la direzione di marcia e rimanere vigili, ma non più di questo. L’italiano tutto sommato è ancora vivace e dobbiamo fare in modo che possa conservare questa sua vivacità, limitando chi vuole immobilizzarlo. Nulla si può fare nulla contro il cambiamento linguistico se non arginare l’uso qualitativamente deficitario della stessa lingua, relativo all’istruzione, all’informazione e alla cultura. L’analfabetismo è un problema che è stato totalmente debellato, pur se va tenuto sotto controllo. I test degli ultimi anni ci dicono che i nostri giovani hanno difficoltà a leggere testi di una certa complessità e a fare i calcoli. Su quest’aspetto dovremmo aprire una riflessione, perché questi giovani cresceranno e saranno loro il futuro del paese.

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