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Raccontare oggi la Divina Commedia. Donato Pirovano dialoga con Marco Santagata

Marco Santagata (Zocca, 1947) è uno dei più brillanti studiosi di letteratura italiana, conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi su Dante, Petrarca e Leopardi. Oltre all’attività di docente universitario e di critico letterario, ha scritto romanzi e racconti, alcuni dei quali hanno avuto importanti riconoscimenti. Tra i suoi ultimi lavori danteschi ricordiamo la direzione dei tre Meridiani dedicati alle Opere di Dante, dei quali sono già usciti due volumi ed è atteso a breve il terzo; poi L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (Bologna, il Mulino, 2011); Dante. Il romanzo della sua vita (Milano, Mondadori, 2012: Premio Comisso 2013); Guida all’Inferno (Milano, Mondadori, 2013); il romanzo Come donna innamorata (Milano, Guanda, 2015: finalista Premio Strega 2015); e da ultimi Il poeta innamorato. Su Dante, Petrarca e la poesia amorosa medievale (Milano, Guanda, 2017) e Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante (Milano, Mondadori, 2017). Da non dimenticare il blog http://www.lavitadidante.it/ e la pagina Facebook https://www.facebook.com/LaVitaDiDante/ con più di 56 mila contatti a dimostrazione del successo “social” di Santagata.

Prima di raggiungere Piazza dei Cavalieri, luogo dell’appuntamento, percorro per un tratto il Lungarno e mi affaccio più volte a fissare le acque del fiume. Scorre placido e lento, per nulla minaccioso. Non credo che questo sia il giorno della profezia contro «Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove ’l sì suona» (Inf., xxxiii 79-80). Il Bollettino del Mare, del resto – che ho scrupolosamente ascoltato – non registra alcun movimento della Capraia e della Gorgona. Mi apposto sotto la Torre de la Muda e guardo il Palazzo della Normale, dove Marco Santagata ha studiato molti anni fa. Lo vedo da lontano. Gli faccio un cenno. Mi raggiunge. Cominciamo a passeggiare insieme tra le vie affollate di Pisa.

Marco, tu sei pisano d’adozione (sei nato infatti a Zocca, che è anche il paese di Vasco Rossi), ma ritengo che i pisani ti debbano costruire un monumento.

Sorride e mi chiede perché.

Perché, secondo me, con questo tuo nuovo libro hai definitivamente svuotato la tremenda profezia dantesca e hai salvato la città dalla terribile alluvione.

Sorride di nuovo e mi guarda mentre apro il suo nuovo libro Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante (Milano, Mondadori, 2017, pp. 476, euro 17,50), che porta a compimento un’idea nata qualche anno fa quando per la medesima casa editrice pubblicò Guida all’Inferno.

Come ti è venuta l’idea di raccontare la Divina Commedia?

Per la verità ci pensavo da molto tempo, almeno da quando, parecchi anni fa, insieme a Mirko Tavoni, un grande amico, oltre che uno dei più rilevanti dantisti in circolazione, avevamo progettato un commento che allora era una vera novità: una parafrasi puntuale verso per verso accompagnata da poche note a piè di pagina, da una enciclopedia storica finale e da prose di raccordo fra i canti che avessero un accentuato andamento narrativo. Il progetto si è poi arenato, anche se Mirko aveva quasi portato a termine l’intera parafrasi-traduzione, ma l’idea ha continuato a vivere nella mia testa. Alla fine è uscito questo libro.

Nella quarta di copertina leggo «La Commedia dantesca è un universo meraviglioso, illimitato e complesso nel quale, oggi forse più che in passato, è pressoché impossibile addentrarsi confidando solo nella propria capacità di orientamento». Il tuo racconto è fluido e accattivante e al tempo stesso preciso e puntuale come un commento. Per Dante, però, la narrazione pura e semplice sembra non bastare. Dopo un elegante e sintetico accessus hai alternato parti in tondo e parti in corsivo. Ci spieghi meglio la tua scelta?

Il motivo è abbastanza semplice. Come tu dici, la narrazione non basta, ma le note di commento avrebbero snaturato l’operazione. La soluzione adottata mi è sembrata quella più funzionale, quella cioè che avrebbe meno interferito con l’andamento narrativo.

Il racconto è in terza persona. Perché non hai scelto la prima come ha fatto Dante?

Volevo proprio evitare ogni possibile confronto.

Qual è il canto o l’episodio che ti ha messo più in difficoltà?

Più che un canto, una cantica: riassumere i tanti passaggi teologici senza troppo semplificare ma anche senza costringere il lettore a impegnarsi in temi così difficili è stato davvero ostico.

Qualche anno fa fece scalpore, e ci fu anche un dibattito sui giornali, la tua scelta di tradurre le canzoni di Giacomo Leopardi (Milano, Mondadori, 1998). Ricordi? Credi che questo tuo nuovo libro susciterà un altro animato dibattito?

Non credo. Da allora i discorsi sulla e per la letteratura per il pubblico non solo italiano hanno molto perso di interesse, e penso che la caduta proseguirà.

Marco, sei uno dei più noti studiosi di letteratura italiana al mondo. Spesso sei invitato all’estero. Secondo me, questo tuo Racconto della Commedia potrebbe essere prezioso per avvicinare a Dante ancora più persone di quelle che già lo ammirano in ogni parte del mondo. Lo tradurrai?

In effetti penso che “raccontare” la Commedia potrebbe essere utile a un pubblico straniero che, in ogni caso, non avrebbe accesso diretto ai suoi versi. Quanto alla traduzione, dipende dagli editori. Mi piacerebbe che questo libro avesse lo stesso successo della biografia di Dante, tradotta in inglese, spagnolo e, presto, anche in cinese.

Il tuo primo incarico di insegnamento a Venezia nel 1976 era di Filologia dantesca. Poi ti sei occupato a lungo di Petrarca e hai scritto uno splendido commento al Canzoniere (Milano, Mondadori, 1996). Pur non avendo mai smesso di scrivere su Dante, si può però dire che solo in questi ultimi anni (diciamo del nuovo millennio) sei stato completamente ammaliato dalla magia della poesia dantesca. Non credi che messer Francesco si arrabbi un po’ per questa tua irresistibile passione?

Di Dante mi sono sempre occupato – il mio primo lavoro a stampa, nel lontano 1969, era intitolato Presenze di Dante comico nel Canzoniere del Petrarca – ma su di lui avevo scritto poco. È probabile che Petrarca si arrabbi un po’, del resto, ho dichiarato più volte di avere cominciato a scrivere di Dante proprio per fare dispetto a lui. La verità è che non si può studiare Petrarca senza studiare contemporaneamente anche Dante. Mi sembra tuttavia che questa consapevolezza non sia tanto condivisa. È normale, o quasi, che chi studia Boccaccio studi anche Petrarca (e viceversa), è raro invece che i petrarcologi si occupino di Dante in modo approfondito.

Oltre ai libri sei promotore di importanti iniziative nel nome di Dante. Hai già in mente qualcosa per l’imminente settecentenario della morte? Ce la puoi rivelare o è ancora un segreto?

Qualcosa faremo (dico qui a Pisa), per ora mi occupo dell’anno prossimo: stiamo programmando una specie di piccolo festival con qualche sorpresa.

Come giudichi la presenza di Dante nell’università e nella scuola di oggi?

Difficile rispondere per l’università, dove la mancanza di coordinamento tra docenti, sedi e iniziative regna sovrana. Per quanto riguarda la scuola, a me sembra che Dante sia uno dei pochi autori che ancora lasciano un segno. L’importante è non imporlo e non insistere troppo su approcci filologici. Leggiamolo, quasi sempre l’effetto è sicuro.

Scusami ma la domanda te la devo fare. Il 28 aprile del 2017 hai compiuto 70 anni. Ti inquieta questo numero di dantesca memoria?

Cosa dovrei risponderti, che affronto con la serenità del saggio la vecchiaia? No, a me la vecchiaia non piace, e penso di non essere il solo a pensarla così.

Ti auguro un senio (cfr. Convivio) sereno, fecondo e felice. Del resto oggi il numero 70 è biograficamente una seconda giovinezza. Rappresenta, infatti, solo una fine, quella del lavoro accademico. Ti aspetta la quiescenza, come la chiamano. Ti mancherà l’università? Cosa lasci?

Lascio una università che non è più la mia e nella quale faccio fatica a capire quale sia il mio ruolo. Non credo che mi mancherà più che tanto.

Marco, ti confesso che il tuo libro mi è talmente piaciuto che vorrei scriverne uno uguale. Forse un giorno lo farò. Stai però tranquillo perché non ci chiamiamo Guido, anche se mia mamma voleva chiamarmi Marco e l’endecasillabo funzionerebbe lo stesso: «Così ha tolto l’uno a l’altro Marco / la gloria de la lingua» (Purg., xi 97-98).

Accomodati, ma guarda che non c’è nessuna gloria da togliere, tutt’al più una qualche notorietà nel nostro piccolo mondo di cultori (accademici) della letteratura.

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